Emilio Vedova e Renzo Piano

Pubblicato: novembre 12, 2009 in Uncategorized

Il museo dedicato a Emilio Vedova dovrebbe essere inaugurato il 3 giugno ai Magazzini del Sale dove l’artista aveva il suo secondo studio.
Ci sono stata un po’ di volte e il casino vi regna sovrano. In questi casi a Venezia i miracoli sono frequenti e mi auguro che si ripetano anche questa volta.
Per quanto riguarda l’informazione per la stampa vi regna un clima da Stasi.
Una voce gracchiante m’informa che il progetto è top secret per i giornalisti: dalla bugia mi salva il bel pezzo di Angela Vettese a pagina 42 del Domenicale de “Il Sole 24Ore”, del 24 maggio.
La voce era uguale a quella di una donna della Stasi di cui ho recuperato in seguito la registrazione e che mi voleva far internare per un articolo scritto sulle occhiaie vuote delle case di Dresda. Avevo scritto delle abitazioni abbandonate, della gente che camminava lungo i muri con le stesse occhiaie perse e che non rispondeva alle domande, delle fabbriche dove cinque operaie destinate a cucire camicie disponevano solo di tre ferri da stiro e di una macchina per cucire che creava le asole sbavate perché gli aghi erano rotti. Per lo smog dovevo girare con la mascherina ma, naturalmente, il riscaldamento dei grigi edifici come il paesaggio erano gratuiti. Tutto ciò contrastava con l’ostentazione dei preziosi gioielli barocchi, grossi sassi colorati del Museo (la Gemäldegalerie Alte Meister), e con la magia della sua collezione… sono persino riuscita a ficcare il naso anche nei depositi! Dopo tutti questi anni i miei occhi ne sono ancora “immagati”.
Per fortuna quando si sono accorti del mio servizio, mi sembra su “Frankfurt Zaitung”, ero già a Bemberg – scampato pericolo.
Ma che in una Venezia del 25 Maggio 2009 si usino gli stessi sistemi mi pare una barzelletta. Grazie Angela Vettese.
Dal progetto mi rendo conto che il museo sarà bellissimo, una specie di carro in movimento come alla galleria di Peggy a New York dell’affascinante amico Kiesler, a cui la struttura essenziale dei saloni aggiungeranno quel senso di magia che le opere dell’artista necessitano. Uno dei saloni era già il suo studio.

Vedova è l’unico pittore che ho conosciuto che è riuscito a creare i giochi di luce e i riflessi dell’acqua del Canale della Giudecca adoperando solo il bianco e nero.

Frequentavo la casa di Emilio e Annabianca, che si affacciava  con un labirinto di altane sulla Giudecca dove lo sciacquio delle onde solleticava sia gli occhi che le orecchie.  Mi sentivo a casa a “sbecottare” pane e soppressa bagnato dal buon Cabernet di Collalto che scaldava la conversazione.
Vedova amava il mio libro delle isole abbandonate e le mie buffe storie. Si divertiva a prendermi in giro perché appena tornata a Venezia dalla Sinistra Piave, dove avevo passato il periodo della guerra, mi divertivo ad attraversare in traghetto il Canal Grande all’altezza della punta della Dogana, per me uno dei punti più sognati di Venezia. Si divertiva a raccontarmi che ragazzina, mentre scendevo dalla gondola, all’arrivo di un’ondata che mi aveva fatto finire in acqua, mi aveva salvata dal bagno prendendomi in braccio; dovevo proprio essere buffa mentre mi divincolavo dall’omone con la barba e i capelli lunghi, in una tutta blu, tutta macchiata, dicendogli “mettimi giù che puzzi!”.

Sono contenta che una cosa veneziana sorga accanto al museo di Pinault, che speriamo sia una cosa bella, ma non digerisco il personaggio che considera questa città con la sua tradizione di gran signora ospitale come un oggetto usa e getta.

In fondo al cuore mi rimane una gran nostalgia per la realizzazione della nave a San Lorenzo, la magica chiesa rinascimentale di Castello che è tutta triste e fredda per aver perso il suo gioiello che l’aveva fatta ritornare viva. So che giace in un deposito, cosa vergognosa perchè dovrebbe tornare a scaldare quelle gelide mura e a rallegrare i veneziani che se la sono quasi dimenticata.

Ho seguito con ironica trepidazione tutto il suo iter, ma come si può immaginare un edificio a Venezia con misure precise, angoli retti e muri non sghimbesci? Il lavoro di Piano e di tutta la sua équipe, a segare, rabberciare e rimettere insieme tutta la struttura per infilarla finalmente nel suo contenitore, era così bello proprio per tutte le sue forme anomale.

E poi  la piattaforma che cantava per conto suo, facendo imbestialire Gigi Nono e immelanconire il Maestro Abbado….
Abbado me lo sono portato alla Corte Sconta, dove sulle tovagliette di carta ho pensato di far danzare i ballerini sulle scalette laterali, coperte di moquette, e far sedere il pubblico sul ponte della nave. L’acustica, la musica e Prometeo hanno fatto rivivere quello spazio addormentato da troppo tempo e ho anche avuto la gioia di recuperare l’amico di sempre, Gianni Berengo Gradin, che ha poi fatto le foto del libro dei giardini.

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