La Biennale di Venezia

Pubblicato: novembre 12, 2009 in Uncategorized

L’alba del 3 giugno, un sole splendente scuote la città che di colpo si sbarazza del suo perenne languore. Un’immensa cupola iridescente trattiene a fatica Venezia ancorata alla sua laguna.

La città scoppia d’arte: miriadi di personaggi sono qui per lei, scammellano, disfandosi allo scirocco per vedere tutto: impossibile, non c’è un buco che non sia una mostra, è tutta una kermesse mentre la voglia di vedere tutto si rivela irrealizzabile, ma la gente non lo sa. All’imbrunire e poi al riverbero di una luna piena incorniciata da una affascinante corona impalpabile, scie di insetti si snodano per le calli o rendono spumeggianti le acque dei canali su rombanti motoscafi per non perdere un party e una festa. Le occhiaie dei palazzi sul Canal Grande sputano luci, suoni e rumori. Ogni edificio è violato da fari troppo violenti che ne bruciano gli  stanchi intonaci. La facciata nuova  di palazzo Pisani Moretta masturbata da luci colorate radenti sembra un enorme confetto rosa camicia da notte, come le fauci degli ippopotami in quel di Rwobero in Kivu. All’interno di Ca’ Pisani Moretta s’intravedono volteggiare strani personaggi svolazzanti coperti da costosissime strazze colorate asimmetriche, che moda!  In Canalazzo, davanti a palazzo Bembo, sede della facoltà di Storia dell’Arte, un improbabile sottomarino russo tutto scalcinato non s’immerge mai, un pugno in un occhio.

“SubTiziano” di Alexander Ponomarev davanti a Ca’ Bernardo

 

Le  povere facciate sono anche sputtanate da indecifrabili manifesti… E’ la follia della vernice della Biennale. Sono veramente tutti così contenti o è la frenesia di riempire il vuoto che ci circonda? Le addormentate strutture dell’Arsenale che ogni anno si riappropria di un pezzetto del suo incredibile patrimonio, ospitano di tutto. I grandi spazi delle Gaggiandre sono all’origine della cartella delle prigioni di Piranesi che da bambino girava per l’Arsenale per mano dello zio Proto: situati tra il forte di Sant’Andrea e quello di San Nicoletto con il loro fuoco incrociato difendevano l’ingresso del porto. Oggi le fantastiche travi, la struttura di una galea rovesciata, ospitano tante piccole tende rosse.

Tende galleggianti nelle Gaggiandre

Tende galleggianti nelle gaggiandre

La parte estrema dell’Arsenale, detta le Vergini,  una volta era l’eremo di fanciulle di nobile famiglia: per non disperdere le ricchezze di casa, la Repubblica destinava solo una figlia al matrimonio e tutte le altre finivano in clausura. Il doge ogni anno si recava in visita al convento delle agostiniane il primo maggio e la badessa lo omaggiava con un mazzo di fiori dell’orto legato con un nastro d’oro. Il luogo, che ha conservato nei secoli il proprio nome, è scomparso nel Cinquecento per ingrandire l’Arsenale. In questi giorni di Biennale un gigantesco faggio supino sull’erba, formato da tanti pezzettini dei suoi rami, morto per sempre.

L’albero morto nel prato

Al bordo del prato un casotto fatiscente contiene anelli sorretti da corde trasparenti che giocano con la luce ritmata dallo sciabordio delle frasche dei tigli.

L’installazione introvabile

Girando per la città, quasi nascoste vi sono delle deliziose chicche come i minuscoli fiori di stoffe preziose appesi in teche trasparenti che navigano nel salone centrale di Ca’ Mocenigo, il museo del tessuto a San Stae.

”Softly” di Wakako Yamaguchi e Junko Yoshida

“Softly” di Wakako Yamaguchi e Junko Yoshida

Nel chiostro di San Salvador c’è un video di Susan Kleinberg e Les Guthman dove una bolla d’aria che si muove in continuazione contiene delle figure che sembrano uscire da un  vaso greco del periodo di Pericle.

La sfera di Susan Kleinberg e Les Guthman nel centro Telecom a San Salvador

La sfera di Susan Kleinberg e Les Guthman nel Centro Telecom a San Salvador

La Punta della Dogana è un ottimo intervento di restauro di Tadao Ando assolutamente non invasivo mentre il contenuto, per me sgradevole, è talmente pornografico da scandalizzare perfino il nostro Patriarca, il Cardinale Scola, uomo di larghe vedute.

Punta della Dogana, il cubo di Tadao Ando

Punta della Dogana, il cubo di Tadao Ando

Penso quanto avesse ragione il mio grande amico musicista ed esorcista, il benedettino Padre Pellegrino che mi diceva sempre che in questo momento regna el diol. La macchina infernale di Renzo Piano nell’ultimo elemento dei Saloni è una magia: l’ambiente e le opere si esaltano a vicenda. Si tratta dell’ultimo capannone sulla fondamenta del canale. Questa serie di edifici sono un esempio della tecnica costruttiva dei veneziani del 1300. La struttura in mattoni rinforzata da contrafforti forma un unico blocco, le cui travature imbevute di sale per 500 anni sono più resistenti dell’acciaio. Infatti sopportano il marchingegno di 60 tonnellate che fa uscire lentamente i quadri dalle griglie di contenimento, quadri che navigano lentamente in questa magica atmosfera per rientrare uno ad uno nel proprio spazio diventando vivi nel movimento, geniale, unico e nuovo. Veniamo ai premi: alla carriera agli americani Baldessari e Yoko Ono, che dopo secoli è sempre uguale, con i suoi eterni occhiali, con i quali credo vada anche a dormire. Me la ricordo quando abitava nello studio di zia Marta a San Vio, durante una Biennale passata: non è cambiata per niente, devo chiederle la ricetta. Mi sono piaciuti da morire i due tavoli da scacchi tutti bianchi nella sala centrale di Palazzetto Tito pronti per iniziare una partita. La tentazione di giocare è stata grande ma le occhiatacce dei guardiani mi hanno trattenuta dal farlo. Questi scacchi starebbero benissimo al Museo d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro in compagnia della testa di donna in porcellana  di Arturo Martini che mi fa venire gli sgrisoli nella schiena da quanto mi piace. L’opera è custodita nelle sale del piano superiore del Museo appena restaurate.

Arturo Martini, “Fanciulla piena d’amore”, 1913, Venezia Ca’ Pesaro, Galleria internazionale d’arte moderna

Arturo Martini, “fanciulla piena d’amore”, 1913, Venezia Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Moderna

A Ca’ Pesaro fin dalla prima Biennale del 1895 sono state donate tutte le opere premiate; mi domando chi sia stato quella testa d’amolo che ha interrotto questa fantastica consuetudine. Basta visitare il Museo per capire quanto ha perso la città.

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