Archivio per marzo, 2010

Venezia AEnigma

Pubblicato: marzo 26, 2010 in Uncategorized

Venezia città di labirinti di acqua e di calli, rigurgita di storia, leggende e suggestioni. Quando fa buio, soprattutto nelle notti in cui la luna si nasconde dietro il sole, i fantasmi degli antenati si aggirano nei nostri sogni ad occhi aperti e ti raccontano le loro vite che possono essere banali, felici o tragiche.

Nel complesso predominano gli argomenti truculenti, a volte fatti realmente accaduti, a volte completamente inventati, te li senti appiccicati addosso quasi fossero un vestito troppo stretto.

I delitti ambientati a Venezia hanno sempre una nota particolare, fantastica, perché Venezia è considerata da sempre città del mistero a cui si aggiunge la sua dimensione storica, il suo passato, la sua decadenza, basta pensare alla “Morte a Venezia” di Thomas Mann.

La mania del giallo a Venezia esplode nell’Ottocento, tipico feudo di autori stranieri, i cui testi non sono stati quasi mai tradotti in Italiano.
Per esempio i dieci libri di Donna Leon, che alla mia domanda «Perché non in italiano?» risponde «Dovresti arrivarci da sola… perché fate una brutta figura!» La mia risposta è stata «Quanto scrivi non è la storia vera, ma la tua opinione. o meglio interpretazione». Mi pare superfluo fare l’elenco di quanti hanno scritto, diventa un rosario.. Fatto singolare, quasi tutte le loro storie sono ambientate nel Cinquecento mescolando come in uno zabaione storia ed invenzione.

Di recente anche i veneziani si sono dedicati all’argomento come il lidense Alberto Ongaro e in particolare l’amico Alberto Toso Fei, discendente di un’antica famiglia di vetrai muranesi, dove tante delle sue storie sono ambientate. Innamorato di Venezia scava con amore nel suo passato, scartabellando negli archivi e nelle biblioteche, ascoltando i meravigliosi racconti dei vecchi tramandati da padre in figlio.

Ogni libro di Alberto si occupa di un luogo particolare.

Ha al suo attivo libri su misteri e curiosità veneziane come: “Leggende veneziane, Storie di fantasmi”, “Venezia Ænigma”, “Misteri della laguna” e “Racconti di streghe” frutto di oltre quindici anni di serio lavoro.

L’ultimo, appena uscito per Studio LT2 sviscera i segreti del Canal Grande, che nel suo soggiorno veneziano (1494-95) l’ambasciatore francese Philippe de Commynes definisce la via più bella del mondo.

Il nostro autore crea un continuo gioco di rimandi tra le due rive del Canalasso dove i palazzi si guardano senza mai toccarsi, riflettendosi nello specchio dell’acqua quando non è masturbata dal passaggio delle barche a motore che col tempo li distruggeranno uno ad uno.

Un trucco ben congegnato divide in due il libro che da un lato descrive le rive de Citra e quelle de Ultra.

Piante e schizzi documentano ogni palazzo con i loro numeri di riferimento e sono illustrati ai piedi della pagina di cui si parla con la precisa documentazione storica di ciascuno arricchita dal pastrano della leggenda che lo riguarda.

Il libro si legge tutto d’un fiato perché sollecita la curiosità.

Le foto di Gianni Canton precipitano poi il lettore nei vari luoghi scoprendo dettagli nascosti.

È una guida molto dettagliata ed estremamente piacevole. Toso Fei ci racconta ad esempio perché molti palazzi hanno due guglie: tutti i capitani de Mar che avevano vinto una battaglia contro i turchi avevano il diritto di costruire sul tetto prospiciente al Canal Grande del loro palazzo due camini a forma di guglia col risultato che ogni edificio ne era decorato; caduta la Repubblica le guglie perdono il loro significato e come cadono non vengono più ricostruite.

Oppure in “L’abia o non labia Labia”, ci narra dello sfarzoso palazzo Labia che si affaccia di squarcio sul Canal Grande con il salone affrescato da Gian Battista Tiepolo. L’edificio apparteneva ad una ricca famiglia, forse di origine spagnola e vi si tenevano spesso delle feste sontuose; per stupire gli ospiti poi gettavano piatti e posate d’oro in acqua ma una potente rete li ricuperava subito. Mi ricordo il ballo di Besteguy tenuto al palazzo, ero in costume settecentesco da paggio una volta color turchese, proprio un baccalà! Dovevo rimanere immobile perché solo respirando sentivo crik e crok. L’ultimo proprietario di origine messicana, il Besteguy, sparì nel nulla come il Labia!

Grazie Alberto!

Il Lazzaretto restaurato

Pubblicato: marzo 23, 2010 in Uncategorized

il lazzaretto vecchio come appariva a metà del xviii secolo in una incisione di francesco zucchi in “teatro delle fabbriche più cospicue in prospettiva sì pubblica che privata” (1740).

Nel 1249 i Padri Eremitani avevano eretto una chiesa consacrata a Santa Maria di Nazareth e un ricovero per i pellegrini diretti in Terrasanta in un’isola vicina al Lido.

Nel 1423 su consiglio di San Bernardino da Siena, il Senato della Repubblica deliberò di destinare l’isola ad accogliere persone e merci provenienti da paesi infetti e di provvedere i ricoverati di vitto, medicine e assistenza. Sembra che il termine lazzaretto derivi dalla contaminazione di Santa Maria di Nazareth con il nome del santo patrono degli appestati, Lazzaro. Le spese per la manutenzione dell’ospizio furono sostenute, nei primi sessant’anni, con i proventi dell’Ufficio del Sale, per passare poi sotto la gestione del Magistrato di Sanità, al quale si debbono pagamenti, precauzioni, visite, controlli e quarantene.

L’isola era divisa da un canale attraversato da un ponte: nella porzione più piccola vi era il deposito di polvere da sparo e un alloggio per i soldati di guardia (il casello); in quella maggiore, a forma di rettangolo, era situato l’ospedale vero e proprio che aveva inglobato il monastero preesistente. Le costruzioni erano allineate sui lati di una piazzetta e di due cortili. Sulla piazzetta si trovavano le abitazioni del priore e del suo assistente, i magazzini degli attrezzi, il serbatoio dell’acqua e le gallerie dove gli uomini sospetti di contagio passavano la quarantena. Intorno al primo cortile – in origine il chiostro del convento – c’erano le abitazioni dei Provveditori Generali e dei Rettori Veneti che tornavano in patria. Intorno al secondo cortile erano poste cento cellette per i ricoverati. Nei fabbricati, nelle tettoie e nei prati, separati da cancelli di legno, si praticava l’espurgo delle merci a seconda delle varie contumace.

Nel 1456 si comincia a discutere di utilizzare una seconda isola per la quarantena.

il cranio della donna ritenuta una “non-morta” o vampiro con il mattone conficcato in bocca per impedirle di nutrirsi e ritornare in vita.

Finalmente nel 1468 viene fatto erigere il Lazzaretto Nuovo, nell’isola chiamata “della Vigna Murata” di proprietà dei frati di S. Giorgio. Nel Lazzaretto Vecchio esistevano fosse comuni preordinate nelle quali inumare i cadaveri dei morti di peste; al Lazzaretto Nuovo, pensato solo come luogo di isolamento per uomini e merci, nei momenti di emergenza le vittime del morbo furono seppellite disordinatamente. Poteva così capitare che per approntare nuove sepolture si andasse a scavare dove erano già stati deposti altri cadaveri. Come deve essere successo al corpo di donna “ID 6″ scoperto da Matteo Borrini, durante il recente restauro del Lazzaretto Nuovo, ritrovato con un mattone conficcato nella bocca al punto di spaccare denti e mascelle.

L’ignoranza popolare sulle cause delle pestilenze portò ad attribuire la loro diffusione ai “non-morti”. Lo scheletro della donna dimostra che quel cadavere venne creduto un vampiro. La credenza dei vampiri-untori si sviluppò osservando le esumazioni dei cadaveri recenti e gli sconosciuti segni della putrefazione, creduti tracce dei mostri infetti che si nutrivano delle carni marce fortificandosi e diffondendo la malattia. Il dottore che curava i malati, una maschera ancora oggi caratteristica del carnevale veneziano, deriva dal costume ideato nel XVI secolo e formato da guanti lunghi, occhialoni, stivaloni, una tunica cerata e una bacchetta per sollevare le coperte e gli indumenti del malato. La maschera a forma di testa d’anatra proteggeva il volto e nel lungo becco erano conservati come medicamenti sali, spezie ed essenze, rosmarino, aglio e ginepro. Quest’ultimo veniva anche fatto ardere per purificare l’aria dal morbo.

il costume del dottore.

Basta rileggere i “Promessi sposi” del Manzoni dove, ai capitoli 21° e 22°, tra le cause di pestilenza troviamo le «…emanazioni autunnali delle paludi…», «l’opera degli untori» , «…arti venefiche, operazioni diaboliche…». Se queste erano le conoscenze che si avevano nel Seicento, si può immaginare quanto più scarse fossero due secoli prima. Il terrore per il morbo era sostenuto dalla fede: il castigo divino si scagliava secondo provvidenza contro le malefatte dell’umanità a espiazione dei peccati dell’uomo.

Dal 1846 al 1965 il Lazzaretto Vecchio passa alle autorità militari, prima austriache e poi italiane. Durante questo periodo vengono demolite due ali del chiostro, la chiesa con il campanile, il parlatorio e altri edifici. Abbandonato nel 1968, viene dato in concessione dal Comune di Venezia a un gruppo cinofilo per ospitare un ricovero per cani randagi. Il centinaio di cani che convive con una quarantina di gatti diventa il migliore deterrente ai vandalismi che hanno distrutto le altre isole della laguna. Questo è il periodo in cui io frequentavo l’isola per occuparmi delle povere bestie, in particolare di un cane fulvo e l’altro nero, grande quattro volte il primo. Mi ricordo che il cibo per i cani e gli attrezzi erano disposti con ordine su scaffalature in un angolo del capannone. Nel cortile il guardiano armeggiava intorno a un enorme pentolone che bolliva vicino a un lungo tavolo coperto da ciotole ben allineate.

il lazzaretto vecchio durante il restauro.

Sul cortile con pozzo centrale si affaccia la casa del priore con le aperture incorniciate in pietra d’Istria; una scala esterna passa sopra la cavana e dà accesso alla piccola isola vicina coperta di robinie e pungenti ortiche. Sul retro, attraverso una antica scala esterna, si raggiunge una loggetta cinquecentesca ad eleganti colonne, il cui tetto è semi crollato. A sinistra una serie di stanze, la prima delle quali è dipinta come una tenda moresca a colori rossi e bruni, usata qualche anno prima per un film su Marco Polo. Sotto di noi oltre il muro un ben curato orto a insalate, piselli e prezzemolo nano. Un’alta rete lo separa da un prato dove alberi di amoli, maturi a fine agosto, fanno ombra a gruppi di gatti indifferenti e in posizioni rilassate. Tornati nel cortile, ci troviamo di fronte l’imponente bassorilievo con i santi Sebastiano, Marco e Rocco, incorniciato dal leone marciano e dagli stemmi dei Procuratori che avevano giurisdizione sul Lazzaretto. Lasciato il cortile, sulla sinistra, su di un’area quadrata rialzata con il pozzo al centro, c’è un elegante fabbricato a logge, sostenuto da colonne in pietra d’Istria con capitelli a mensola, quasi fossero barbacani, è quanto rimane dell’antico chiostro che una volta ospitava gli ambasciatori e oggi l’infermeria degli animali. Dalla loggia non si vedono i cani nascosti dai fabbricati e dagli alberi, si sentono soltanto; è un abbaiare a volte frenetico a volte sommesso e, ogni tanto, un richiamo nel silenzio assoluto. È molto più reale l’odore intenso dell’erba appena tagliata che si mescola a quello dei pitosfori in fiore. I recinti affiancano le costruzioni lunghe e strette che coprono il resto dell’isola. I cani raggruppati a due o tre dispongono delle celle che ospitavano i malati. Intorno il prato è perfettamente pulito, né rovi né ortiche, qua e là ciuffi di giaggioli. Una spessa coltre di edera cangiante copre come un tappeto le parti in ombra e i tronchi degli alberi.

il ritrovamento dei cadaveri nella fossa comune del lazzaretto vecchio

Nel 2004 sono iniziati dei lavori di recupero in previsione dell’allestimento di un “Museo della città di Venezia”.

Il recupero statico riguarda i fabbricati, le mura perimetrali dell’Isola. Nell’occasione, gli scavi hanno portato alla luce fosse singole e comuni con oltre 1.500 scheletri di appestati, la cui analisi fornirà informazioni relative alla vita dei veneziani del Cinquecento.