Il Lazzaretto restaurato

Pubblicato: marzo 23, 2010 in Uncategorized

il lazzaretto vecchio come appariva a metà del xviii secolo in una incisione di francesco zucchi in “teatro delle fabbriche più cospicue in prospettiva sì pubblica che privata” (1740).

Nel 1249 i Padri Eremitani avevano eretto una chiesa consacrata a Santa Maria di Nazareth e un ricovero per i pellegrini diretti in Terrasanta in un’isola vicina al Lido.

Nel 1423 su consiglio di San Bernardino da Siena, il Senato della Repubblica deliberò di destinare l’isola ad accogliere persone e merci provenienti da paesi infetti e di provvedere i ricoverati di vitto, medicine e assistenza. Sembra che il termine lazzaretto derivi dalla contaminazione di Santa Maria di Nazareth con il nome del santo patrono degli appestati, Lazzaro. Le spese per la manutenzione dell’ospizio furono sostenute, nei primi sessant’anni, con i proventi dell’Ufficio del Sale, per passare poi sotto la gestione del Magistrato di Sanità, al quale si debbono pagamenti, precauzioni, visite, controlli e quarantene.

L’isola era divisa da un canale attraversato da un ponte: nella porzione più piccola vi era il deposito di polvere da sparo e un alloggio per i soldati di guardia (il casello); in quella maggiore, a forma di rettangolo, era situato l’ospedale vero e proprio che aveva inglobato il monastero preesistente. Le costruzioni erano allineate sui lati di una piazzetta e di due cortili. Sulla piazzetta si trovavano le abitazioni del priore e del suo assistente, i magazzini degli attrezzi, il serbatoio dell’acqua e le gallerie dove gli uomini sospetti di contagio passavano la quarantena. Intorno al primo cortile – in origine il chiostro del convento – c’erano le abitazioni dei Provveditori Generali e dei Rettori Veneti che tornavano in patria. Intorno al secondo cortile erano poste cento cellette per i ricoverati. Nei fabbricati, nelle tettoie e nei prati, separati da cancelli di legno, si praticava l’espurgo delle merci a seconda delle varie contumace.

Nel 1456 si comincia a discutere di utilizzare una seconda isola per la quarantena.

il cranio della donna ritenuta una “non-morta” o vampiro con il mattone conficcato in bocca per impedirle di nutrirsi e ritornare in vita.

Finalmente nel 1468 viene fatto erigere il Lazzaretto Nuovo, nell’isola chiamata “della Vigna Murata” di proprietà dei frati di S. Giorgio. Nel Lazzaretto Vecchio esistevano fosse comuni preordinate nelle quali inumare i cadaveri dei morti di peste; al Lazzaretto Nuovo, pensato solo come luogo di isolamento per uomini e merci, nei momenti di emergenza le vittime del morbo furono seppellite disordinatamente. Poteva così capitare che per approntare nuove sepolture si andasse a scavare dove erano già stati deposti altri cadaveri. Come deve essere successo al corpo di donna “ID 6″ scoperto da Matteo Borrini, durante il recente restauro del Lazzaretto Nuovo, ritrovato con un mattone conficcato nella bocca al punto di spaccare denti e mascelle.

L’ignoranza popolare sulle cause delle pestilenze portò ad attribuire la loro diffusione ai “non-morti”. Lo scheletro della donna dimostra che quel cadavere venne creduto un vampiro. La credenza dei vampiri-untori si sviluppò osservando le esumazioni dei cadaveri recenti e gli sconosciuti segni della putrefazione, creduti tracce dei mostri infetti che si nutrivano delle carni marce fortificandosi e diffondendo la malattia. Il dottore che curava i malati, una maschera ancora oggi caratteristica del carnevale veneziano, deriva dal costume ideato nel XVI secolo e formato da guanti lunghi, occhialoni, stivaloni, una tunica cerata e una bacchetta per sollevare le coperte e gli indumenti del malato. La maschera a forma di testa d’anatra proteggeva il volto e nel lungo becco erano conservati come medicamenti sali, spezie ed essenze, rosmarino, aglio e ginepro. Quest’ultimo veniva anche fatto ardere per purificare l’aria dal morbo.

il costume del dottore.

Basta rileggere i “Promessi sposi” del Manzoni dove, ai capitoli 21° e 22°, tra le cause di pestilenza troviamo le «…emanazioni autunnali delle paludi…», «l’opera degli untori» , «…arti venefiche, operazioni diaboliche…». Se queste erano le conoscenze che si avevano nel Seicento, si può immaginare quanto più scarse fossero due secoli prima. Il terrore per il morbo era sostenuto dalla fede: il castigo divino si scagliava secondo provvidenza contro le malefatte dell’umanità a espiazione dei peccati dell’uomo.

Dal 1846 al 1965 il Lazzaretto Vecchio passa alle autorità militari, prima austriache e poi italiane. Durante questo periodo vengono demolite due ali del chiostro, la chiesa con il campanile, il parlatorio e altri edifici. Abbandonato nel 1968, viene dato in concessione dal Comune di Venezia a un gruppo cinofilo per ospitare un ricovero per cani randagi. Il centinaio di cani che convive con una quarantina di gatti diventa il migliore deterrente ai vandalismi che hanno distrutto le altre isole della laguna. Questo è il periodo in cui io frequentavo l’isola per occuparmi delle povere bestie, in particolare di un cane fulvo e l’altro nero, grande quattro volte il primo. Mi ricordo che il cibo per i cani e gli attrezzi erano disposti con ordine su scaffalature in un angolo del capannone. Nel cortile il guardiano armeggiava intorno a un enorme pentolone che bolliva vicino a un lungo tavolo coperto da ciotole ben allineate.

il lazzaretto vecchio durante il restauro.

Sul cortile con pozzo centrale si affaccia la casa del priore con le aperture incorniciate in pietra d’Istria; una scala esterna passa sopra la cavana e dà accesso alla piccola isola vicina coperta di robinie e pungenti ortiche. Sul retro, attraverso una antica scala esterna, si raggiunge una loggetta cinquecentesca ad eleganti colonne, il cui tetto è semi crollato. A sinistra una serie di stanze, la prima delle quali è dipinta come una tenda moresca a colori rossi e bruni, usata qualche anno prima per un film su Marco Polo. Sotto di noi oltre il muro un ben curato orto a insalate, piselli e prezzemolo nano. Un’alta rete lo separa da un prato dove alberi di amoli, maturi a fine agosto, fanno ombra a gruppi di gatti indifferenti e in posizioni rilassate. Tornati nel cortile, ci troviamo di fronte l’imponente bassorilievo con i santi Sebastiano, Marco e Rocco, incorniciato dal leone marciano e dagli stemmi dei Procuratori che avevano giurisdizione sul Lazzaretto. Lasciato il cortile, sulla sinistra, su di un’area quadrata rialzata con il pozzo al centro, c’è un elegante fabbricato a logge, sostenuto da colonne in pietra d’Istria con capitelli a mensola, quasi fossero barbacani, è quanto rimane dell’antico chiostro che una volta ospitava gli ambasciatori e oggi l’infermeria degli animali. Dalla loggia non si vedono i cani nascosti dai fabbricati e dagli alberi, si sentono soltanto; è un abbaiare a volte frenetico a volte sommesso e, ogni tanto, un richiamo nel silenzio assoluto. È molto più reale l’odore intenso dell’erba appena tagliata che si mescola a quello dei pitosfori in fiore. I recinti affiancano le costruzioni lunghe e strette che coprono il resto dell’isola. I cani raggruppati a due o tre dispongono delle celle che ospitavano i malati. Intorno il prato è perfettamente pulito, né rovi né ortiche, qua e là ciuffi di giaggioli. Una spessa coltre di edera cangiante copre come un tappeto le parti in ombra e i tronchi degli alberi.

il ritrovamento dei cadaveri nella fossa comune del lazzaretto vecchio

Nel 2004 sono iniziati dei lavori di recupero in previsione dell’allestimento di un “Museo della città di Venezia”.

Il recupero statico riguarda i fabbricati, le mura perimetrali dell’Isola. Nell’occasione, gli scavi hanno portato alla luce fosse singole e comuni con oltre 1.500 scheletri di appestati, la cui analisi fornirà informazioni relative alla vita dei veneziani del Cinquecento.

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