Tommaso Cevese, VERONA, la città, il territorio

Pubblicato: febbraio 3, 2011 in Uncategorized

Verona, la città, il territorio.

di Tommaso Cevese testi di Marco Girardi Cierre edizioni, Verona,Giugno 2010

Verona, la città, il territorio è un libro fotografico con immagini suggestive di luoghi che ho frequentato con mio cugino Taio, guida meravigliosa che me ne ha fatto apprezzare ogni particolare.

Le scammellate si svolgevano in particolare sul Monte Baldo alla ricerca di piante medicamentose, erbe, fiori, co

rtecce come quelle che raccoglievo nei lontani anni Cinquanta, sull’altipiano di Rwobero a 1500 metri di altitudine, con la guida del mio stregone. La mia piantagione di caffè, un lungo dosso d’asino, si affacciava sul Parco Alberto: in primo piano un tappeto d’oro di matete, lunghe erbe che dondolando al vento rendevano quasi irreale il paesaggio retrostante. Gli alberi più belli del mondo, come il doppio viale di papaia le cui foglie rendevano mangiabili perfino le proboscidi di elefante, sbucavano incorniciati da montagne azzurre che decorate da ciuffi di panna montata si stagliavano su di un cielo di cobalto. Il fondale di una bellezza unica rifletteva la luce che illuminava ogni cosa. Nel bush e nella foresta sottostante crescevano piante particolari che colte all’alba, luccicanti di rugiada, erano efficaci rimedi per tanti malanni ma velenose se cotte dal sole equatoriale del Kivu, ex Congo Belga. Il paesaggio era affascinante. Nel terreno lavico, formato dalle colate dei vulcani come quelle del vicino Mikeno, cresceva di tutto e in proporzioni gigantesche.

Mi ricordo di aver seminato del radicchio rosso di Treviso, i cui semi mi avevamo

mandato da Collalto. Partita in spedizione per studiare terreno piante e minerali, al mio ritorno l’aiuola del radicchio era una foresta nera di piante alte più di un metro. Erano talmente dure e amare che perfino gli elefanti le

snobbavano. Questi animali nelle stagioni umide si dilettavano a saccheggiare le mie piantine di caffè arabica importate dal Kenya, mangiandone sistematicamente le tre fogliette superiori senza danneggiare il supporto. Mi facevano una rabbia: tam tam, fucilate, petardi, niente li scomponeva.

Al massimo sventolavano le grandi orecchie per dirmi non rompere “altrimenti ti sistemiamo noi”. Dopo Dedeè, la mia scimpanzè che mi ha insegnato a essere curiosa, gli elefanti, talmente furbi che ti davano sempre l’impressione di prenderti per i fondelli, sono gli animali più intelligenti che ho conosciuto.

Le piante della foresta di Rutchuro sono le stesse che ho ritrovato sul crognolo che divide tra loro Alberta, Sachajuan e Minnesota,

verso cui erano rivolti tutti i topì dei piedi neri, che lavoravano il nostri grano, orzo e menta. Con il monte Baldo sono le tre regioni che conosco risparmiate dalla quarta glaciazione. A questo si deve la loro particolare vegetazione.

Con Taio, andavo a cercare le mie preziose erbe ma, la vegetazione era talmente fitta che non ho mai trovato niente. Le passeggiate erano magiche come quelle in Valpolicella sul Garda, in particolare all’oasi di San Vigilio. Scriveva David Herbert Lawrence nel 1912:

Dirimpetto la massiccia montagna in riva al lago era, per la candida e luminosa metà superiore, del cielo; per la scura e torva metà inferiore, della terra. Era lì, pertanto, che cielo e terra si toccavano, e dividevano. Dietro a me, sulla sinistra, scoscendeva il promontorio giù da un’arida, giallopallida altezza t

ra un’alluvione di rosso morto e di cremisi. Giù, fino al fumo degli ulivi e dell’acqua. E nel mezzo, come una lama di cielo a tagliare la terra in due metà, c’era il lago azzurro che spartiva montagna da montagna con tutto il trionfo del cielo”.

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