Peggy Guggenheim

Pubblicato: febbraio 20, 2012 in Uncategorized

Alla prima Biennale del dopoguerra sono rimasta affascinata dalla collezione di Peggy (nella foto sopra). Ho potuto vedere per la prima volta e quasi toccare, i quadri dei pittori che amavo: Marcel Duchamp, Kazimir Malevich e il famoso “Paesaggio con macchie rosse” di Vassily Kandinsky, che mi piaceva tanto e con cui ho un indimenticabile rapporto personale.
Peggy amava Venezia e New York in quel momento le stava stretta per certi suoi comportamenti che le avevano chiuso molte porte. Attraverso il portiere del Gritti la collezionista riuscì a comprare Ca’ Venier dei Leoni, un palazzo con un folto giardino selvatico retrostante, affacciato sul Canal Grande e mai finito per l’intervento dei dirimpettai, i potenti Corner, che non volevano perdere la loro superba vista. Ca’ Venier dei Leoni è sempre appartenuto a personaggi stravaganti come lei, ad esempio la marchesa Casati, amica di D’Annunzio, che a quel tempo abitava nella casa Hoenloe, al di là del canale, credo gratis per evitare che fosse requisita per ragioni politiche.Tudy ritratta da Frederick Kiesler
Sistemata nella sua nuova magione, Peggy a ogni vernice di Biennale apriva le sue porte, ricevendo da gran signora. Da lei si poteva incontrare tutto il mondo dell’arte in carne ed ossa, artisti, critici e collezionisti.
Mia madre, di origine inglese ma bostoniana da sette generazioni, si chiamava Vail, come Laurence, che sposò la Guggenheim nel 1922 a Parigi introducendola nel mondo cosmopolita. Si devono a lui le foto di Man Ray con il vestito di Paul Poiret che ne fecero un mito. Io avevo l’età di sua figlia Pegeen, che al contrario della madre, che aveva un carattere di ferro, era molto timida. Grazie al nome di mia madre e in quanto veneziana, ero considerata di casa; Peggy era divertita d’avermi tra i piedi anche perché sia il mondo bene locale che i paraocchi e l’amministrazione democristiana la consideravano stravagante e la snobbavano. Questo a Peggy dava estremamente fastidio.
Spesso mangiavamo a mezzogiorno in sala da pranzo con ospiti sempre interessanti ma sul più bello, nei giorni di visita dovevamo alzarci in fretta, raccattando i nostri piatti per rifugiarci in salotto. Molte volte toccava a me sostituirla a vendere i cataloghi nell’angolo del salone centrale davanti alle “Bagneuses” di Picasso, sotto il Calder che cantava ogni volta che un visitatore apriva la porta. Ogni tanto capitavano cose buffe. Un giorno Sir Herbert Reed, uno dei suoi tanti Lapsus Lasa imbastarditi con i pechinesi, così chiamato dal nome del direttore della Tate ha pisciato sul mio adorato Kandinsky appeso alla fine del corridoio che separava la sala da pranzo dal salotto. Ho preso per il “copin” il cane che offeso nella sua dignità “scainava” a più non posso, l’ho portato da Peggy, che in quel momento stava parlando con un personaggio importante e non aveva nessuna voglia di badarmi. Alle mie insistenze si alza, viene a vedere le sbavature e mi manda in cucina a prendere uno straccio bagnato e un martello: puliamo le sbavature e alziamo il quadro. Questo era il personaggio.
I cani erano un forte collante fra di noi. Pimpinella, Ubu e Orso il cane dei gondolieri, si rotolavano a palla in Campo Santa Maria del Giglio e quando Peggy veniva a colazione con le sue adorate bestioline, tutti insieme in salotto abbeveravano il mio prezioso Agatha Christie, battezzato col nome di Lady Malune perché glielo avevo soffiato nel suk di Bagdad. Mi invita a colazione il giorno dopo, convinta che io le rendessi il tappeto. Al mio rifiuto l’archeologo Sir Malune mi ha baciato sulle ganasse felice per aver vinto la scommessa di 100 sterline sicuro che non avrei mollato l’osso.
Oggi, anche se tutti i miei cani concimano le edere del parco di Pegognaga, il tappeto dorme sonni tranquilli sulla parete della mia casa.
Le colazioni con la Peggy erano sempre laboriose, si divertiva ogni volta a guardare tutte le foto di mia madre, dei nonni, di Villa Macchiavelli ecc., appese in salotto e mi toccava nascondere le ballerine di Prampolini, quelle di Severini e perfino il quadro di Sironi, pittore che lei non amava ma rompeva lo stesso, perché li voleva. Non tutto è stato sempre rose e fiori tra me e l’amica. Ci sono due episodi molto spiacevoli: in una Biennale dopo il 1966, stavo comprando la palla di Arnaldo Pomodoro, grande amico di mio marito, e un Ugo Sissa per un milione di lire. Volevo sistemarla nell’andito della casa che andava spesso sott’acqua e pensavo quanto fosse bello lo scintillio dell’oro riflesso sulle onde provocate dai vaporetti. Avevo già l’assegno in mano quando arriva la Peggy che vuole la mia palla. Vaccinata dalle precedenti esperienze, non ho nessuna voglia di rinunciarvi. Ma tutti e tre insistono talmente tanto! Pomodoro, mi promette di rifarmela, poi vince il premio e la mia palla è andata “zo” per l’acqua.
Ma l’episodio che ha demolito i miei rapporti con la Guggenheim è accaduto quando il direttore del Boston Museum of Fine Arts ha comprato un lavoro di Ugo. Stupidamente l’ho invitato a colazione e lui si è tirato dietro Peggy perché era suo ospite.
Dopo mangiato la collezionista ha scelto delle opere di Ugo, ed entrambi se ne stavano andando con i quadri sotto il braccio. Alla domanda di Ugo: «non abbiamo parlato di soldi», Peggy lo guarda in faccia e gli dice: «artisti più noti di lei sono felici di regalarmi i loro lavori…» al che Ugo, rosso di bile le toglie le cose di braccio: «sono opere d’arte, non cipolle!» e quasi la butta giù dalle scale.

Ugo Sissa, Premonizioni 2, 1965, olio su tela

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