LE MIE CALDE ESTATI NELLE PIANURE SELVAGGE E VENTOSE DELL’ ALBERTA, IN CANADA

Pubblicato: marzo 15, 2012 in Uncategorized

Gli anabattisti canadesi erano i nostri vicini a Carmenghey, la sectiondove, con Marco mio fratello, coltivavamo frumento, il famoso manitoba, orzo, monarda, issopo (che distillavamo mettendoci il cartello veleno perché era una medicina per il mal di cuore).

Carmenghey era un luogo affascinante dove la notte il cielo splendeva illuminato dalle aurore boreali. Io ci andavo solo in agosto per i raccolti perché d’inverno la temperatura era tra i 50 e i 40 gradi sotto zero con sbalzi di + 15° perché l’area era colpita di tanto in tanto dallo Scianuk, un vento caldo portato dalla corrente per cui qualsiasi pianta passando dal gelo al caldo-umido scoppiava. Io che amavo i fiori avevo risolto il problema in questo modo: siccome lavoravo nel vicino orto botanico di Brooks, praticamente tutta una serra, tenevo le mie piante da loro.

Avevamo un unico salariato fisso la cui moglie si occupava della casa. Il raccolto veniva stivato con degli elevatori nei vari silos di proprietà di ogni coltivatore da cui scendeva sui treni, unici nella regione, che lo portavano a Vancouver dove veniva imbarcato per raggiungere tutto il mondo.

Con la crisi del grano il prezzo del frumento e dell’orzo era crollato e ci dovevamo inventare un modo per sopravvivere. Fra le mie varie piantine c’era la menta che cresceva benissimo. Con mio fratello abbiamo pensato di coltivarla ma dovevamo stare molto attenti a non importare microbi e batteri perché la zona, grazie al gelo, era ancora pulita. Allora ho trovato questa fantastica menta a Seattle. Dato il clima cresceva in pochissimo tempo e la distillavamo con un marchingegno che avevamo creato come quello che adoperavo a Collalato per fare la grappa di sfroso con le vinacce, i resti della vendemmia.

I nostri vicini di Clear Lake Colony erano anabattisti e venivano a darci una mano per coltivare i terreni, oltre agli indiani che erano piedi neri. Questo ci ha risolto il problema fino a che i cinesi hanno cominciato a comprare il grano per fare gli spaghetti. Le mietitrici erano gigantesche e archeologiche, naturalmente sempre rotte; io giravo per i campi con il meccanico nella mia Volkswagen aggiustandole in continuazione. Quando c’ero io, riuscivamo a trebbiare in un mese.

Gli hutteriti erano dei contadini nati, avevano un sacco dimaiali rinchiusi in ambienti particolari dove non si poteva entrare per questioni igieniche, oche e mucche che mungevano a suon di Beethoven, cosa che mi ha sempre affascinato. Mia cugina, la moglie di Goio, aveva un pezzo di terra vicino a noi. Affezionata amazzone, aveva dei cavalli arabi bellissimi e temperamentosi che passavano gli inverni dagli Hutteriti. A un certo punto una femmina è stata montata da un cavallo indiano coi puntini sul sedere. È nata una cavallina bellissima. Io ero appena stata operata di cancro, la sella mi faceva male così montavo a pelo solo con una coperta come gli indiani, era una gioia correre in mezzo a tutte quelle spighe al sorgere del sole. C’era però un problema: lì era pieno di serpenti e i cavalli potevano imbizzarrirsi, allora il mio indiano passava a prendermi la mattina e veniva via con me così se cascavo mi tirava su. Non è mai successo.

Regnavano i topi. Davanti alla mia porta c’era una cesta dove un serpente a sonagli arrotolato diventava la cuccia della mia gatta color carbone che di notte si infilava nel mio letto facendomi da scaldino come fa oggi il mio adorato Biagio in quel di Venezia.

La mia natura fin da piccola mi ha sempre fatto vivere in simbiosi con gli animali: il rapporto che ho con loro è istintivo, molto più facile rispetto a quello che ho con gli esseri umani.

Le foto di Gianni Berengo Gardin sono tratte da: “Hutteriti Tirolesi d’America” con testi di Tudy Sammartini e foto di Gabriella Nessi Parlato e Gianni Berengo Gardin, Edition Raetia, Bolzano 1996.

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