Archivio per giugno, 2012

 

 

I Benetton, che hanno i soldi prima di sapere come spenderli, hanno comprato per 53 milioni di euro il Fontego dei Tedeschi e hanno incaricato l’ architetto Rem Koolhaas, professore di Harvard insignito del Pritzer Architecture Prize e del leone d’oro alla carriera, del restauro dell’edificio offerto alla cittadinanza come centro commerciale.

Venezia è un singolare esempio delle continue stratificazioni architettoniche in quanto uno spazio estremamente ristretto su cui è sempre stato ricostruito. In tempi passati, con enorme attenzione, conoscenza, preparazione tecnica e coscienza il mito della città si è mescolato alla storia, grazie a competenze strutturali di grande valore.

Negli ultimi anni invece è stato stravolto il senso della realtà e si è cominciato a considerare gli edifici come un enorme frutto di cui si conserva la buccia snaturandone la polpa, col risultato di creare equivoci storici. A proposito di questo voglio parlare del Fontego dei Tedeschi.

L’edificio è di antica fondazione (XIII secolo) che fungeva da approdo e magazzino per le merci dei mercanti tedeschi. Nel 1505, a seguito del rogo che distrusse molte meraviglie di Venezia, Girolamo Tedesco ne iniziò la ricostruzione che si concluse nel 1508 e per le decorazioni vennero chiamati Giorgione e il suo giovane allievo, Tiziano, affreschi oggi quasi del tutto perduti e ricordati dalle incisioni di Anton Maria Zanetti del 1760. Nel 1797 il Fontego fu soppresso e cambiò destinazione per molti anni.

Oggi i Benetton vogliono trasformare il Fontego in un centro commerciale e sembra a tutti una cosa normale. Gli edifici veneziani nei secoli hanno sempre cambiato funzione secondo le necessità però quello che manca oggi è il concetto storico del luogo. Il Fontego è una delle più importanti strutture rinascimentali che caratterizzano la città e leggendo il progetto in questione ci si rende conto dell’ignoranza fondamentale di chi l’ha pensato senza alcuno studio storico e tecnico della funzione reale. E’ già stato scassato negli anni 30 del Novecento quando è diventato la sede della posta, questa sarebbe stata un’occasione per rimediare ai macelli che sono stati fatti nel tempo e invece il povero Fontego sta cascando dalla padella nella brace. Sia i proprietari che l’architetto non hanno fatto adeguate ricerche storiche su quello che era il luogo e come panzer divisionen realizzano un massacro peggiore. Ne parlavo proprio l’altro giorno alla presentazione della mostra di Aldo Rossi col Professor Restucci, di cui l’articolo apparso su La Nuova di venerdì 15 giugno è una precisa documentazione critica con cui non posso altro che aderire:

 

“Non si tratta, come ha fatto Koohlas a Palazzo Badoer l’altro giorno, di fare un elogio dei centri commerciali nella società odierna, che siano la Galerie Lafayette a Parigi o la Rinascente a Milano, per giustificare le sue scelte progettuali. Qui siamo a Venezia, parliamo di un edificio di straordinaria importanza per la città come il Fontego, sul quale, come ha rilevato il Comitato per i Beni Architettonici, non è stata compiuta alcuna seria analisi storica e archeologica prima di stilare il progetto e che si vuole realizzare a tutti i costi per la forza del capitale, in questo caso quello del gruppo Benetton, con radicali trasformazioni, dalle scale mobili inserite all’interno, alla terrazza panoramica ottenuta demolendo il tetto, a una enorme struttura galleggiante di fronte ad esso in un punto critico e delicatissimo della città adiacente al ponte di Rialto, creando tra l’altro un pericoloso precedente per altri interventi di questo tipo in città, a cui sarà poi arduo dire di no.”

 

Il modo con cui l’architetto Rem Koolhaas presenta il suo progetto ne La Nuova del 13 giugno è assai singolare:

 

“Ma alla scala mobile non posso rinunciare, è troppo importante per il riuso dell’edificio”

 

“La mia critica – anche per ciò che riguarda il Fontego – è al dogma della conservazione, in base al quale ciò che va conservato è ciò che ha valore storico. E’ una forma di ipocrisia: accettare la pelle degli edifici, ma poi cambiare tutto all’interno, come avviene anche a Venezia. Il paradosso è che ci impegniamo sempre per la conservazione degli edifici, ma ricordiamo sempre meno di essi. Proprio il Fontego dei Tedeschi ne è un esempio calzante, perché ciò che conserva dell’originale cinquecentesco è solo una minima parte di esso.”

 

“L’architettura contemporanea deve necessariamente generare anche delle fratture, a Venezia come in qualsiasi altra città”.

 

Purtroppo Venezia di fratture ne ha troppe, come quelle che provocano le navi da crociera quando passano in bacino. Tutto il traffico a motore, compresi i vaporetti, dovrebbe viaggiare nel Canale della Giudecca che è a cinque minuti a piedi per preservare gli edifici che fra non molto finiranno i loro giorni in acqua. Si dovrebbero ripristinare i 32 traghetti per la gioia dei vacanzieri che vengono a Venezia obbligando i trasporti merci necessari a passare solo dalle 4 alle 6 di mattina che molto presto potrebbero usare i motori che non fanno onde come lo storico motoscafo di Giuseppe Volpi, ministro delle finanze sia pubbliche che proprie negli anni tra le due guerre, fautore insieme a Cini e Gaggia di un risorgere economico e culturale della città: la creazione dei grandi alberghi al Lido e il festival del cinema.

 

Tudy Sammartini

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Gianni Berengo Gardin inediti o quasi

Pubblicato: giugno 12, 2012 in Uncategorized

Gianni nel giardino di San Sebastiano, foto di Tudy Sammartini.

Contrasto mi ha inviato Gianni Berengo Gardin inediti o quasi, un magico libro, che appena aperto puzza ancora di catrame fresco di stampa come piace a me.

Dai risvolti e ad ogni pagina la figure balzano fuori vive raccontandoti tutto di loro. Fino ad oggi solo Alice in Wonderland è riuscito darmi questa piacevole sensazione. D’istinto mi ha colpito la faccia intensa di una bella signora con un incredibile cappello ornato di velette e fiori. A pagina 42 le tre slave con le oche che mi fanno ripensare ai miei vicini di Carmenghey, gli anabattisti canadesi.

Conosco Gianni da sempre. Abbiamo cominciato a collaborare in incognito con Novità grazie all’amica Damerini che abitava ad Asolo. Quando lavoravo per Architectural Design ho organizzato a Gianni una mostra al Royal Institute of British Architects. La mostra è stata un tale successo che Gianni ha deciso di diventare un fotografo professionista e ha venduto il negozio di vetri che aveva in Piazzetta dei Leoni a San Marco di proprietà dei nonni, cosa che mi ha sempre rimproverato, diceva che per colpa mia non era un ricco vetraio ma uno squattrinato fotografo.

Venezia 1957. Gianni Berengo Gardin.

Gianni per lungo tempo ha avuto un’indovina come assistente che però non gli aveva predetto che senza di me non avrebbe potuto fotografare gli anabattisti d’America. Era venuto a Calgary per fotografare i nostri elevator e i nostri vicini, gli Hutterite, i quali si sono presentati col fucile perché non amavano essere disturbati nella loro intimità, col risultato che ho dovuto accompagnarli facendo loro aprire le porte come per magia. I miei amici sono immortalati nel mio libro Hutteriti, Tirolesi d’America che avuto un tale successo da sparire subito.

Con Gianni ci si diverte sempre, quando abbiamo fatto il mio primo libro dei giardini era un signor perfezionista:  se non andavo di corsa mi strappava i fiori che non erano ordinati per cui mi toccava piegarli in gran fretta in modo che non si vedessero prima che mi assassinasse le piante.

Ma la cosa più divertente è stata nel 1989 quando siamo andati in giro per le isole abbandonate.

Jugoslavia, 1979. Gianni Berengo Gardin.

Il mio amico Croze ci aveva prestato le sua barca ma dovevamo lasciarla lontano dalla riva perché i muri di protezione erano franati. Mi ricordo che abbiamo sfondato tre canotti perché la marea aveva distrutto tutte le protezioni delle isole e in particolar modo Santo Spirito, la prima isola abitata di Venezia, proprio attaccata alla città divenuta un regno di zanzare talmente feroci che hanno salvato i resti della chiesa opera del Sansovino dagli sciacalli.

Si scoprono in questo libro un sacco di cose che non conoscevo, in particolare il grande senso della famiglia delle ultime pagine, la bellezza di sua moglie. Ne esce una Venezia così vera, reale e nostra che il turismo di massa ha completamente distrutto, mi ricorda la Venezia della mia infanzia quando la città era quasi un villaggio e ci conoscevamo tutti.

Tudy Sammartini a Palazzo Labia. Gianni Berengo Gardin.

Gianni e sua moglie, Caterina al Lido di Venezia.

Gianni Berengo Gardin ritratto da Elliott Erwitt a casa di Andrea Micheli.