Archivio per luglio, 2012

William Congdon

Pubblicato: luglio 30, 2012 in Uncategorized

William Congdon in Piazza San Marco, Venezia 1980.

Nella nuova galleria aperta dall’università Ca’ Foscari, lo Spazio Ca’ Foscari Esposizioni a Ca’ Giustinian dei vescovi, si è conclusa l’otto luglio la mostra William Congdon a Venezia (1948-1969): uno sguardo americano. Nelle sale del piano nobile del palazzo erano esposte 40 opere di soggetto veneziano affiancate da gigantografie del suo soggiorno in laguna, da bacheche con lettere e schizzi, dalla proiezione di disegni e appunti. William Congdon, pittore americano figlio dell’Action Painting ha maturato un particolarissimo stile che gli ha dato notorietà già dagli anni ’50. Nel 1953 Peggy Guggenheim lo descriveva così:

“William Congdon è l’unico pittore, dopo Turner, che ha capito Venezia, il suo mistero, la sua poesia, la sua passione. Il suo modo di esprimersi è moderno, la sua comprensione vecchia quanto la città stessa. Egli ha saputo cogliere l’effettiva essenza di molti secoli e fonde questa visione in un sogno così fantastico e bello che i suoi dipinti lasciano senza respiro”.

A p. 48 del catalogo troviamo uno schizzo tratto dal terzo libro degli ospiti di Peggy collezionista dedicatole nel 1957 con varie firme fra cui quelle di Nuria e Gigi Nono che rendono il personaggio familiare. Questa pagina è particolarmente interessante perché contiene delle annotazioni musicali di Igor Stravinskij e Dorel Handman.

Disegno tratto dal terzo libro degli ospiti di Peggy Guggenheim. Collezione privata, 1957.

Questi libri degli ospiti, una magica invenzione della famosa collezionista, sono un importantissimo catalogo delle opere e dei visitatori: “i guest books contengono una collezione straordinaria non solo di firme, ma anche di schizzi, disegni, annotazioni musicali, poesie e commenti”.

Venice, I Lagoon, 1957, olio su masonite. Venezia, The Peggy Guggenheim Collection

I quadri di Congdon rappresentano una Venezia immaginaria. A Ca’ Venier dei Leoni vediamo una magica laguna dove un bragozzo che sembra quello del Corsaro Nero si impadronisce del Canalazzo. La Salute diventa una enorme spumiglia bianca che contrasta con gli edifici rosso mattone che la circondano.

Piazza San Marco, 15, 1957, olio su masonite. Venezia, The Peggy Guggenheim collection.

A pagina 51 del catalogo scopriamo una Piazza San Marco con un campanile che si trasfigura in una freccia mentre la chiesa fuoriesce dal bianco della piazza e delle Procuratie Nuove; sulla destra le Procuratie Vecchie ricordano il Colosseo. Congdon reinventa in continuazione la città. Un sogno irreale.

Di particolare interesse è la Piazza San Marco del 1948 dove l’imminente temporale è trasformato in esseri maligni che tentando di impadronirsi della più bella piazza del mondo.

Piazza Venice, 9 (Winter), olio e smalto su pannello, collezione privata.

Nel ’50 gli spiriti si sono calmati: l’oro della basilica si riflette al centro della Piazza, il campanile è sempre una freccia mentre entrambe le procuratie nel loro profondo grigio si affacciano tristi ai due lati.

William Grosvenor Congdon nasce a Providence nel 1912. Tra 1948 e 1950 diventa pittore a stretto contatto con la “Scuola di New York”. A Venezia frequenta il Circolo di Peggy Guggenheim scegliendo la città come sua residenza per dieci anni; poi negli anni Sessanta abbandona progressivamente i contatti col mondo dell’arte, non cessando tuttavia di lavorare.

Quando nel 1980 Congdon conosce Mazzariol il suo modo di vedere Venezia cambia, diventa astratto in quanto il critico riesce a farlo uscire dalla depressione. Significativo è il quadro “Pioggia 2” in cui la pioggia diventa una cortina fumogena dove in trasparenza si intravedono gli edifici mentre il campanile tenta di cascare.

Muore il 15 aprile 1998.

Il catalogo, edito da Terra Ferma a cura di Giuseppe Barbieri e Silvia Burini, non rappresenta solo William Congdon, è una rassegna degli artisti americani che hanno lavorato a Venezia: James McNeill Whistler, Maurice Prendergast, Jana Peterson, Francis Hopkinson Smith.

Pioggia 2, 1980, olio su pannello, collezione Credito Valtellinese, Sondrio.

FONTEGO DEI TEDESCHI

Pubblicato: luglio 23, 2012 in Uncategorized

Sono perfettamente d’accordo con quanto ha detto Vittorio Gregotti durante una conversazione-lezione allo IUAV, riportata da Enrico Tantucci ne “La Nuova” del 17 luglio:

Un architetto che è contro la storia, non deve lavorare dentro la storia. (…) Il Fondaco dei Tedeschi è un esempio emblematico di un modo distorto oggi di progettare e intervenire su Venezia, solo in base alle esigenze della monocultura turistica. Le alternative invece esisterebbero, se solo si volesse percorrerle. (…) Oggi nell’architettura come nell’arte impera la mercificazione, di fronte al venire meno dei valori. Così si pensa a progettare sopra i tetti cose completamente inutili (la terrazza di Koolhaas) con i committenti che pensano così di farsi pubblicità a buon mercato. Il rifiuto delle regole è la sola cosa che dà valore alle eccezioni e per questo oggi c’è tanta insofferenza nei confronti delle regole. (…) Viviamo oggi anche in architettura in un’era di barbarie come quella seguita alla caduta dell’Impero Romano, in cui siamo completamente immersi. L’architettura è invece una pratica artistica e il rapporto con la storia di un edificio non può essere ignorato. Bisogna conoscerla, rapportarsi con essa e su di essa innestare le trasformazioni, perché la stessa creatività è una forma di modificazione della realtà”.

Venezia è una città stratificata, non si possono inventare progetti che vengono dalla Luna, bisogna rispettare il contesto storico e per far questo serve una cultura. Koolhaas sarà un ottimo architetto, io non lo conosco, ma non credo sia preparato per affrontare un problema così. A Venezia non si può inventare qualcosa senza avere studiato e senza conoscere tutto quello che è il background e la storia del luogo.

Estremamente divertente e scanzonato è invece l’intervento di Marino Folin, ex rettore dello IUAV, il quale entra solo marginalmente nel soggetto ricordando quanto i signori Benetton non hanno non rispettato con il programma per l’ex cinema San Marco che doveva essere un negozio di libri e un’area espositiva mentre invece è finito col diventare un negozio di borse. Penso che questo sia il problema, che le persone siano convinte di poter fare qualsiasi cosa e mi meraviglio che le autorità competenti non reagiscano di fronte a queste sopraffazioni. Mi domando anche se questi soldi sono veramente arrivati o se sono stati solo promessi.

Il progetto del Fondaco è stato bocciato da tutti. Ora i proprietari sono disposti a modificarlo fino a quando andrà bene a tutti e mi auguro che sia così, che mantengano i patti. I nostri amministratori saranno all’altezza del compito?