Ricordi di un tempo che fu

Pubblicato: agosto 1, 2012 in Uncategorized

Una delle prime case che mi hanno accolto a Venezia subito dopo la guerra è stata casa di Luigi e Jolanda Zuccheri. Abitavo poco lontano da loro, ad uno schitto da Santa Maria Formosa, in Corte Pompeo Molmenti: è stato proprio grazie ai suoi tre volumi che ho cominciato ad addentrarmi nella Venezia che amo.

Campo Santa Maria Formosa

La più bella luce di Venezia accarezza la sensuale rotondità delle absidi della chiesa, capolavoro di Mauro Codussi: un possente portone si spalanca sul ponte privato agganciato ad una fantastica facciata rinascimentale. Dall’andito tenebroso una doppia scala conduce al lungo portego illuminato dalla doppia serie di finestroni che bucano le pareti regalando viste da Canaletto. Mobili antichi, cassapanche, sculture, dappertutto quadri dove spicca l’autoritratto a tempera di Leonor Fini con la faccia di gatto. Le due stanze principali si affacciano piene di sole sulla corte, a sinistra la sala da pranzo e a destra lo studio del maestro: magica tana dove in una scansia carica di antichi testi sulla materia pittorica troneggia una prima edizione di Cennino Cennini. Ovunque secchi di rame per travasare il mosto carichi di scritte e arabeschi in lingua friulana decorati e ricolmi di sassi del Piave e del Tagliamento disposti secondo i diversi colori.

Luigi Zuccheri, Paesaggio Friulano, collezione privata.

Quando andavo a colazione, arrivavo in anticipo in quanto avevo il piacere di trasformare quei sassi in fine polvere che mescolata a una miscela segreta dal profumo di trementina diventava colore. Un grande vaso Venini di Carlo Scarpa conteneva una miriade di pennelli morbidi come velluto. Mentre il maestro dipingeva e io pestavo senza fare baccano, uscivano le storie del Friuli, gli uomini, Nievo, Saba, Pasolini, le piante… ma la goduria erano gli uccelli, le loro caratteristiche, colori, abitudini, talmente sentite da farli volteggiare nella stanza mentre nascevano sulla tela. Per affetto il pittore mi ha regalato un quadro che mi ha sempre seguito: me lo sono tirato dietro quando sono andata a piantar caffè a Rwobero in Kivù e che o perso con tutte le mie cose nelle matata del 1955. Quando sono tornata a casa il quadro è stato sostituito, questa volta non ho avuto il coraggio di portarmelo dietro, mi ha sempre aspettato a Venezia dove mi risveglia tanti bei ricordi.

La sala da pranzo era l’altra faccia delle godurie: colazioni e cene de casadacon ospiti sempre interessati. Grazie agli Zuccheri sono diventata amica di Vanni Scheiwiller che ha scritto una poesia su Pimpinella mentre il padrone la

Luigi Zuccheri, Pimpinella, carboncino su carta

ritraeva adagiata tronfia della sua importanza come centro tavola.

Toni eredita tutte le qualità del padre e il senso poetico dello zio materno Giacomo “Noventa”.

Nasce a San Vito del Tagliamento nel dicembre del 1936 in questa famiglia particolare, trascorre la sua infanzia a San Vito nella grande casa, cresce in un mondo bucolico dove può sbizzarrirsi a ritrarre i suoi amici animali con la cera e la creta.

Nel 1945 la famiglia si trasferisce nella bella casa di Santa Maria Formosa a Venezia frequentata da personaggi dell’arte e della cultura come Giorgio De Chirico, Carlo Scarpa, Giorgio Bassani, Elio Zorzi, Mario Soldati, Alfredo Mezio, Carlo Della Corte e Vanni Scheiwiller.

Nel 1960 si iscrive ad architettura seguendo i corsi di Franco Albini, Ignazio Gardella, Lodovico Belgioioso, Carlo Sacrpa, Bruno Zevi e Samonà. Fin da ragazzino comincia a lavorare alla Venini (1963 – 1984) dove si cimenta in nuove tecniche di lavorazione, forme e colori. Chi lo spinge a lavorare e gli insegna tante cose è Ginette Gignous Venini, la moglie di Paolo. Sue opere sono “Le vetrate grosse” con Giò Ponti per Milano, Padova, Olanda e Iran. Conosce Lucio Fontana e Gaetano Pesce; entra in contatto con Tapio Virkala. Il suo lavoro è sempre basato su materiali naturali con cui crea prototipi per piccole serie e pezzi unici. Sperimenta con alcuni amici l’effetto della luce, lo spazio ed esprime la magia di questi materiali. Nasce così il “Bestiario”: l’Upupa nel 1963, poi il Tacchino, la Faraona e le Anatre per la Biennale del ‘64, i primi vasi per la biennale del ’68 (Giade, Ninfei e Crepuscoli). Lavora anche con VeArt e V-Linea (1971-79), Barovier&Toso (1982-85), De Majo (1988-1990), Cristallerie Imperatore, Sarinia Crystal (1994-1995) e Seguso Viro (1996-1998). Partecipa a mostre sia a Parigi che Londra, New York , Milano e Venezia. Oltre al vetro si impegna con le cere, il bronzo e l’oro.

Toni Zuccheri, Upupa, struttura in bronzo con piume in vetro modellate a mano, successivamente applicate sulla struttura. (Venini)

Toni Zuccheri, Beccapesci, l’immagine riprodotta è una delle creazioni realizzate nella Fornace Venini

Dal 1970 lavora anche con Franco Buzzi Ceriani come architetto.

La sua produzione continua con grande successo fino al 2008, ricca di premi, collaborazioni ed esposizioni in Italia e all’estero. Le sue opere sono conservate nei più importanti musei e collezioni private.

Toni Zuccheri, Gavina, Fornce Venini

Toni Zuccheri, Araba Fenice.

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