Archivio per settembre, 2012

A Caccia di fantasmi

Pubblicato: settembre 26, 2012 in Uncategorized

Quando faccio ordine scopro tesori nascosti fra cui il magico libro di Fabio Isman “I predatori dell’arte perduta, il saccheggio dell’archeologia in Italia” (Skira, 2009).

L’autore esordisce nel 1964 all’Eco di Monza e della Brianza, scrive per Il Piccolo di Trieste, per il Gazzettino di Venezia, il Messaggero di Roma… Da trent’anni si occupa di arte e cultura, argomenti ai quali ha dedicato numerosi libri e pubblicazioni. E’ attento ai saccheggi dell’archeologia clandestina in Italia che dal 1970 ha portato allo scavo illegale di oltre un milione di pezzi. E’ titolare della rubrica “La pagina nera” su Art Dossier e collabora con Il Giornale dell’Arte, The Art Newspaper e Bell’Italia.

Grazie agli atti giudiziari, Isman ricostruisce i misfatti di tombaroli e intermediari, racconta traffici internazionali, dispersioni ma anche recuperi che danno speranza.

Questo libro mi riporta alla mente la mostra “I Carabinieri per l’arte – Tessere di un patrimonio nascosto” (Ca’ d’Oro, giugno-novembre 2010), esposizione antologica di reperti archeologici e librari recuperati dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Il catalogo, edito da Marsilio, raccoglie storie “divertenti” come quella della Statua di Artemide realizzata tra la fine del I secolo a. C, ritrovata nel 1994 e venduta a un collezionista americano che ne aveva anche ordinato una copia da esporre in giardino a un artigiano di arte funeraria di Roma.

Tra i vari aneddoti che mi sono stati raccontati il giorno dell’inaugurazione della mostra, il generale Nistri mi ha detto che per conservare 36000 documenti appena ritrovati ha dovuto metterli in frigorifero!

L’Atleta di Fano

Eclatante è il caso dell’Atleta di Fano che, dopo essersi impigliato tra le reti di un peschereccio italiano nel 1964 è oggi al Getty Museum. Acquistato per 3,98 milioni di dollari, la sua dubbia esportazione è motivo di litigi e polemiche tra le istituzioni.

Gli avvisi delle opere rubate trionfano nei giornali di settore, come la Gazzetta Antiquaria che raccomanda ai suoi lettori la massima cautela negli acquisti e, in caso di dubbio, suggerisce di contattare il Comando dei Carabinieri. Il 24 maggio 2012 un’altra azione è stata sventata dall’Arma: il furto di antichi volumi e manoscritti dalla Biblioteca dei Girolamini di Napoli.

Scriveva Salvatore Settis ne Il Sole 24 ore del 19 aprile 2009:

“I musei stranieri hanno finalmente (appena) cominciato a restituire opere trafugate; e lo hanno fatto sulla base del principio etico e culturale prima che giuridico, che i beni archeologici, in quanto testimonianza di civiltà pertinente a contesti non segmentabili, sono di pertinenza pubblica. La civiltà giuridica e la cultura italiana, prima al mondo, ha affermato questo principio da secoli. Se, dopo aver convinto persino i più recalcitranti musei USA, dovessimo abbandonarlo, con quale faccia potremmo chiedere altre restituzioni? Dopo aver legittimato il saccheggio dell’archeologia in Italia depenalizzando chi ne è colpevole, quale argomento avremmo per richiedere vasi e statue esportati illegalmente?”

 

Dal 1953 al 1958 mio marito Ugo Sissa ha lavorato a Baghdad come Capo architetto del Governo e in quegli anni ha creato una ricca collezione di reperti mesopotamici. La raccolta, tra le pochissime del genere presenti in Italia, consiste in circa duecentocinquanta pezzi; in un primo tempo concessa in deposito gratuito fa ora parte dei beni del Comune di Mantova. I reperti vanno dal VI millennio avanti Cristo alla fine del I millennio dopo Cristo. Tra i materiali più interessanti: tavolette con iscrizioni cuneiformi, un mattone con il sigillo di re Nabucodonosor, amuleti, statue votive e i bruciaprofumi come quello di Uruk (VI sec. a.C), scoperto casualmente nei dintorni della città.

Questo contenitore di epoca neobabilonese è stato esposto, assieme ad altri, nella mostra “Un’arte per la cosmesi: cosmesi e salute nei secoli” (Padova, 1984). Ai mesopotamici si deve un grande impulso alla tecnologia cosmetica: grazie all’introduzione della scrittura cuneiforme fu permessa memorizzazione delle diverse esperienze di laboratorio e il fiorire di una vera trattatistica sull’arte unguentaria.

Anche di notevole interesse è la tavoletta in argilla bruciata di Nippur il cui testo riguarda lo scambio delle rispettive case tra due sacerdotesse di Ninurta e Nippur, primo esempio di compravendita immobiliare.

La tavoletta cuneiforme della dinastia di Larsa

A proposito del libro di Isman, dopo la guerra in Iraq non ci sono più controlli per colpa della debolezza delle istituzioni e molti siti non ancora studiati vengono saccheggiati.

Testimonianza dei tempi di Ugo in Iraq.

Grazie ai Cardazzo per le belle scoperte

Pubblicato: settembre 25, 2012 in Uncategorized

Venerdì 19 ottobre all’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Venezia si celebra il ricordo di Paolo Cardazzo.

La famiglia Cardazzo è tra i più importanti mecenati dell’arte contemporanea italiana. Grazie alle Edizioni del Cavallino fondate nel 1934, sostiene scrittori come Joyce, Cocteau, Mallarmé proseguendo nella realizzazione di litografie, serigrafie, incisioni di artisti, critici e movimenti del XX secolo. Nel 1942 Carlo e Renato inaugurano la Galleria del Cavallino che negli anni ’70 diventa anche uno dei pochi centri di ricerca per la video arte. Le prime esposizioni sono dedicate ai maestri del Novecento italiano come Morandi, Severini, Boccioni, Carrà e De Chirico…

I primi quadri che Peggy Guggenheim compra appena arrivata a Venezia nel ’47 sono scelti da Carlo: un Birolli e un Campigli; tra Peggy e Cardazzo l’intesa è immediata e alla fine degli anni Cinquanta si affida alla Galleria del Cavallino per perfezionare la sua collezione di artisti internazionali. Cardazzo organizza anche la prima mostra a Venezia di uno degli artisti più amati dalla Guggenheim: Jackson Pollock.

Alla morte di Carlo, nel 1963, le gallerie di Milano e Venezia passano a Renato, interessato alle nuove avanguardie. Il 29 settembre 1966 la direzione della galleria veneziana passa agli eredi di Carlo: Gabriella e Paolo.

Il 12 maggio 1984 il “padiglione dei libri”, commissionato da Carlo a Scarpa all’interno dei Giardini della Biennale, è distrutto da un incendio. A poco sono valsi gli sforzi di Paolo, architetto lui stesso, per una ricostruzione immediata dell’edificio. La Biennale, all’epoca presieduta da Paolo Portoghesi, aveva accettato l’offerta ma poi non se ne fece più nulla. Negli anni Novanta Electa commissiona a James F. Stirling un nuovo e più grande padiglione tutt’ora in uso. Al tempo scrivevo per la rivista inglese Architectural Design e avevo presentato le opere di Stirling; tutto soddisfatto, mi ha voluto far vedere il suo padiglione, la rappresentazione del classico vaporetto, chiedendomi se mi piacesse. Gli ho detto che amavo il suo “vaporetto” però non quanto il bel padiglione di Carlo Scarpa, e poi che lo avrei visto in un altro luogo perché lì con una mia amica, un’artista scozzese di cui al momento non ricordo il nome, avevamo creato con il verde la pianta della Basilica di San Marco, tanto piaciuta a Gillo Dorfles. Fino a quando hanno potuto Paolo e Gabriella hanno aperto le porte della Galleria ai giovani emergenti; nonostante le molte e importanti attività alla morte di Paolo nessuno del mondo artistico istituzionale, dal Comune alla Biennale, era presente a salutare colui che ha dedicato la vita alla conoscenza e alla diffusione dell’arte contemporanea.

La mostra di Sartorelli alla Galleria

Non so come ringraziare tutti i membri della famiglia Cardazzo perché proprio nelle loro gallerie ho visto le opere più belle degli artisti che amavo. Proprio Cardazzo ha fatto la prima mostra di Ugo a Venezia presentata da Umbro Apollonio, era la 609esima mostra della Galleria del Cavallino, inaugurata il 4 febbraio 1965. Scriveva Apollonio:

“Le proposte di Sissa si protendono a identificare un aspetto problematico del fare ovvero la contemporaneità di un momento immaginativo e di un momento allusivo”.

La magia del vetro di Venezia

Pubblicato: settembre 21, 2012 in Uncategorized

Ugo di Provenza ritratto da Tommaso da Modena, 1352

La prima documentazione pittorica di un paio di occhiali è il ritratto del cardinale francese Hugues de Saint-Cher di Tommaso da Modena (1352) nel refettorio del convento di San Nicolò. Non si sa quando o dove siano stati inventati, è probabile che siano comparsi nel XIII secolo a Venezia, all’ora all’apice della sua potenza. Per proteggere il volto dai raggi del sole le dame veneziane usavano i vetri da gondola, specchi tondi provvisti di manico realizzati con una lente verde, colore tipico del vetro veneziano. Degli otto conosciuti, cinque sono esposti fino al 30 novembre al Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore, all’interno della mostra “Pararse i oci nella Venezia del ‘700” curata da Laura Zandonella su progetto dell’ottico Roberto Vascellari che qualche tempo fa aveva richiamato l’attenzione su un paio di occhiali da sole chiamati Occhiale Goldoni perché, a quanto pare, il commediografo ne faceva uso.

Un vetro da gondola

Gli occhiali Goldoni

All’Isola di San Giorgio la mostra “Venini 1932 – 1947” inaugura Le Stanze del Vetro della Fondazione Giorgio Cini, spazio che ospiterà con cadenza annuale fino al 2021 convegni, laboratori didattici, mostre dedicate agli artisti e ai designer che nell’arco del Novecento hanno lavorato per la vetreria Venini. Il primo evento è dedicato a Carlo Scarpa che, non ancora diplomato all’Accademia di Venezia, nel 1925 ottiene incarichi di costruzione e restauri dalla ditta Maestri vetrai muranesi. L’esposizione, nata anche grazie al recente ritrovamento dell’archivio Venini che si credeva distrutto a causa di un incendio negli anni Settanta è stata curata da Marino Barovier che ha selezionato più di 300 opere realizzate da Scarpa al tempo della direzione artistica di Venini.

Carlo Scarpa

Carlo Scarpa per Venini, vaso a bolle

Alla Scuola della Misericordia sono esposte una serie di opere realizzate dai maestri della Scuola del Vetro Abate Zanetti sulla base di progetti grafici creati da numerose personalità tra cui la stilista londinese Vivienne Westwood e il premio nobel Dario Fo. A queste si aggiungono le opere in concorso per il Premio Murano 2012 e per il Premio Murano Junior dei bambini delle scuole di Murano e S. Erasmo.

Il museo del vetro ospita due mostre: “Vetro murrino. Da Altino a Murano”, aperta fino al 6 gennaio 2013 e “Vetro Contemporaneo: il futuro oltre la trasparenza. Omaggio ad Egidio Costantini”. Quest’ultima è un tributo all’opera e alla vita di Egidio Costantini di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Nell’arco della sua carriera Costantini ha collaborato con molti artisti trasformando i disegni di Gino Krayer, Oskar Kokoschka, Le Corbusier, Calder, Gino Severini in opere di vetro. Negli anni Cinquanta conosce Picasso e dall’incontro tra i due nasce un’amicizia che dura fino alla morte del pittore nel 1973. Gli schizzi di Flamenco, del Centauro e del Giano Bifronte sono i primi utilizzati per i capolavori di Egidio a cui ne seguiranno altri. In Costa Azzurra conosce Jean Cocteau che battezza il suo laboratorio veneziano in Campo San Filippo e Giacomo “Fucina degli angeli”. Nel 1961 incontra Peggy Guggenheim che nel ‘64 espone le opere della Fucina degli Angeli a Palazzo Venier dei Leoni e al Museo di Arte Moderna di New York. Mi ricordo di essere andata a trovarlo con Peggy che gli aveva portato i disegni di Picasso; la Fucina degli Angeli dietro Piazza San Marco aveva un bel giardino di cui si occupava con amore. Era un ottimo cuoco e anche goloso, i suoi manicaretti erano una delizia e a guardarlo lavorare si scopriva la magia del vetro.

Egidio Costantini, 23 sculture in vetro tratte da schizzi di Picasso, 1964, Collezione Peggy Guggenheim.

Egidio Costantini e Peggy Guggenheim

A proposito degli alberi

Pubblicato: settembre 20, 2012 in Uncategorized

 Paolo Scandaletti ha scritto oltre trenta volumi tra cui le biografie di Antonio da Padova, Galileo Galilei, Gaspara Stampa, Chiara d’Assisi e Ottavio Missoni. La sua ultima pubblicazione, Storia di Venezia per Edizioni Biblioteca dell’Immagine è un magico libro: in 333 pagine l’autore riesce a spiegarci la vita della Serenissima in un concentrato di informazioni scorrevoli e di nuovi punti di vista.

“La pecca originale della Serenissima è un certo atteggiamento isolazionista della sua classe dirigente, reperibile fin dalla nascita della città, quando i fondatori abbandonarono la Terraferma proprio perché più esposta ad ogni scorribanda degli invasori; e in positivo perché tenersi ai margini vuol dire farsi in pace i fatti propri senza dare troppo nell’occhio. Bisogna arrivare fino al 1338 per trovare un’inversione di tendenza, quando gli Scaligeri cedono a Venezia come pegno di pace Treviso e la sua Marca. È il primo vero e proprio sbarco in quel retroterra che era stato lasciato alle spalle per molti secoli prima”.

Tante erano le buone ragioni per occuparsi dell’entroterra: la cura dei boschi, ad esempio, era fondamentale per portare legname in città da cui trarre gli scafi delle navi, i remi ma soprattutto le fondamenta dei palazzi. La sola chiesa della Salute è stata eretta grazie all’impiego di milioni di pali.

La Casa dell’Arsenale aveva la giurisdizione sui boschi classificati per specie e impieghi: dall’Istria arrivava il legname da navigli e dal Montello il rovere per le briccole; in alcune riserve poteva far legna solo il Governo mentre altre erano date in concessione alle comunità montane. Per i trasgressori erano previste pene severe come la confisca dei beni, l’esilio e anni da trascorrere nelle galere a remare coi ferri alle caviglie. Gelosamente custodito e tutelato, il bosco Montello era anche chiamato il bosco di San Marco o bosco proibito: era considerato il gioiello della Serenissima anche per la sua vicinanza al fiume Piave, tramite il lavoro degli zatterieri il legname veniva portato facilmente in città. Anche i grandi boschi del Cadore sono stati sfruttati sistematicamente dalla Serenissima sin dal XIII secolo; Tiziano Vecellio e la sua famiglia erano noti commercianti di legname e la loro attività aveva come punto di partenza l’area di Perarolo dove possedevano due falegnamerie a Ansogne.

Acquistata nel 1768 da Caterina di Russia, la Fuga in Egitto di Tiziano torna in laguna suscitando non poco scompiglio. Il colossale telero realizzato dal giovane pittore appena uscito dalla bottega di Giovanni Bellini è reputato da molti opera distante dalla mano del Cadorino. Per Sgarbi “ha qualcosa di infantile, plastico, che mal si concilia con lo spirito romantico di Tiziano fin dagli esordi”. Augusto Gentili afferma nel Corriere del Veneto: “Avevo visto il dipinto all’Ermitage quarant’anni fa e come tutti quelli che lo videro all’epoca già allora ero convinto che nulla avesse a che vedere col Tiziano” mentre Lionello Puppi si dimostra più dubbioso: “Andiamoci cauti. La certificazione tizianesca è tutta da accertare, anche perché il problema del giovane Tiziano è tuttora irrisolto”. Giovanna Damiani, soprintendente per il Patrimonio Storico ed Artistico di Venezia risponde fermamente alle accuse: “La Fuga in Egitto è un’opera che risorge dopo un lungo lavoro di restauro preceduto da una serie di rigorose e attente analisi e verifiche diagnostiche da parte dell’Ermitage. Inoltre sono note le fonti del Vasari e del Boschini. È un’opera assolutamente autentica”.

Realizzato nella forma del telero, La Fuga in Egitto è il paesaggio di più ampio respiro non solo della pittura veneziana ma di quella italiana dell’inizio del XVI secolo; tutte le figure sono state dipinte sopra lo sfondo naturale, il che conferma ancora una volta il significato dominante di questa grandiosa decorazione. Al posto di una vaga macchia di alberi marrone scuro è stato aperto un bosco pieno di aria e di luce, proprio come quelli del Cadore. Attraverso il fogliame penetrano i raggi del sole e il flusso dell’acqua che scorre crea l’idea di profondità dell’area verde; in fondo alla valle, una cittadina ai piedi delle montagne e all’orizzonte si stagliano le vette delle Alpi Dolomitiche.

Vorrei tanto vederlo con gli occhi di Vasari e Boschini, ripulito da tutte le ridipinture successive.

 Il libro: Paolo Scandaletti, Storia di Venezia, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2012

La mostra: “Il Tiziano mai visto. La Fuga in Egitto e la grande pittura veneta”, Venezia, Gallerie dell’Accademia, 29 agosto – 2 dicembre. Catalogo a cura di Irina Artemieva e Giuseppe Pavanello, Marsilio.

“Arrivare a Venezia per via di terra dalla stazione significa entrarvi dalla porta posteriore… nella più inverosimile della città non si dovrebbe giungere che per nave”

Thomas Mann

In copertina un particolare dell’Arruolamento delle milizie marittime di Gianbattista d’Agnolo detto Del Moro. Venezia, Museo Storico Navale

La Marsilio mi ha inviato A Venezia dal Mare. Le crociere edito per conto dell’Autorità Portuale e a cura della manager ambientale Gabriella Chiellino, dell’economista Francesco di Cesare e dell’architetta nautica Caterina Frisone. Di particolare interesse è la quarta e ultima parte del libro, “La sostenibilità programmata”, dove si trattano argomenti come la ricollocazione del terminal traghetti a Fusina, la realizzazione a Venezia di uno tra i più grandi impianti al mondo di “cold ironing” capace di rendere il porto della città a zero emissioni, e la creazione di una via alternativa per le grandi navi da crociera.

Domenica 16 settembre, mentre leggevo la recensione del libro scritta da Antonio Quaglio ne Il Sole 24 ore, in bacino San Marco si scatenava una battaglia navale tra un centinaio di imbarcazioni del comitato No Grandi Navi schierate contro il passaggio di Costa Favolosa, Msc Opera e Msc Musica. Per disperdere le navi arriva anche un elicottero della Polizia che scende a pochi metri d’altezza: non solo le persone a bordo delle barche si sono completamente lavate, ma in molti hanno corso il rischio di finire in acqua a causa delle alte onde provocate in pochi secondi.

Martedì 18 settembre La Nuova riporta i risultati della manifestazione: denunce e controdenunce. Il capo della Digos Ezio Gaetano ha preannunciato una quarantina di segnalazioni per interruzione di pubblico servizio, lesioni, tentato naufragio e pericolo per la navigazione. Dall’altra parte, il consigliere comunale Beppe Caccia ha affermato di voler presentare un esposto “per le scelte estremamente pericolose compiute da Capitaneria di Porto, Autorità Portuale e dalla Questura”.

Tutto questo casino ci libererà dall’invasione dei mostri che non ci lasciano dormire, adoperare i computer, guardare la televisione e ci avvelenano con i loro miasmi? Cosa possiamo fare noi quattro gatti che siamo rimasti in questo paradiso terrestre per salvarlo?

La Malcontenta

Pubblicato: settembre 18, 2012 in Uncategorized

La Rotonda (Vicenza)

This place so fascinating owes its name to three legends. The first it’s about a lady of the Foscari family, confined within its walls alone to be punished for her bad behaviour. The second relates the place so called since 1431 because of the discontent of the inhabitants of Padua and Piove di Sacco for the construction of the Brenta Canal; the last shows the name before the ownership of the Foscari as the area was frequently overflowed by the Brenta Canal (Malcontenta = “Brenta poorly contained”). The Villa, meant for meditation and not for agricultural works as the Rotonda in Vicenza, is a suburban building lying on the border of the Venetian lagoon. The Malcontenta’s works begun in 1566 and were completed by the Capra brothers, who bought the building in 1591.

The fresco by Tiepolo already at Villa Contarini dei Leoni and now kept at the Jacquemart-André Museum in Paris reminds us the visit of Henry III, King of France in transit through the territories of Venice (1574).

Tiepolo, il ricevimento di Erico III, 1750 ca

During the nineteenth century, as many treasures of Veneto, the Villa disintegrates: everything collapses and become a military storage and than abandoned.

I remember admiring this incredible project that I consider as a living sculpture in Palladio’s Four Books of Architecture (1570).

Immediately after the war Mazzotti commissioned me to write a booklet, now rare, about the state of the villas at the foot of the hills from Vidor to Bassano. They were abandoned, collapsed or used as stables, cellars and storage of cheese and salami hanging from the beams of the ceilings.

Luckily Villa Barbaro with its round temple was restored by Marina Volpi Cicogna who also opened it to the public. I used to get there by bike to play with her daughter Esmeralda as Giuseppe Volpi had witnessed the wedding of my parents.

Villa Barbaro, Maser

I saw the real Malcontenta for the first time with Betty and John Mc Andrew that I was helping to write the book Venetian Architecture of the Early Renaissance, when we went to visit the Landsberg. I do not remember exactly when and who drove the car to get there. The car seemed colossal: lapped at the edges of the road, the wheels were running in two streams spreading the perfume of wet grass. At our arrival, the hosts received us in a tumultuous bubble of incorporeal mosquitos. Even if I appeared for the first time they treated me as an old friend. I was open-mouthed to see them with the background of the building surrounded by jasmine illuminated by the flickering lights of the candles beyond the open windows. While we were climbing the external stairs we were admiring the weeping willows and the white calle flowers multiplied by the water. Once in, the benches covered by wild silk as my suit, made me feel at home. This image will be my Malcontenta forever!

The Landsberg told me that when they bought it the Villa looked as the Sleeping Beauty, laying imprisoned by ruins dressed with thorns.

Years later I went back with Howard Burns who was staying in my studio in Santa Maria del Giglio. We reached the Malcontenta from the Romea road, crossing corn’s fields with a peasant house. The lesson of Burns made me realize how much this architectural jewel was probably one of the most beautiful works of Palladio.

August 26th, on the terrace of the Guggenheim, Pierre Rosenberg made an enthusiastic introduction of the book by Tonci Foscari “Tumult and Order. Malcontenta 1924 – 1939”, dedicated to the people who lived there.

Antonio “Tonci ‘Foscari, since 1971 teaches history and architecture at IUAV in Venice, he has already published by the Swiss publisher Lars Müller a book about the Palladian drawings never built (Andrea Palladio. Unbuilt Venice). In 1973, he restored the Villa Malcontenta, built for his ancestors and during those years he started his researches on the architect.

More about the book and the Lars Müller Publisher here

Via per Via gli alberi di Milano

Pubblicato: settembre 14, 2012 in Uncategorized

Via per Via gli Alberi di Milano

di Fabrizia Gianni

(Mondadori, Edizioni Qualitart, 2007)


Fabrizia Gianni si laurea in Scienze Naturali e insegna questa disciplina in un liceo milanese; tiene un seminario di Botanica applicata alla Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti al Politecnico di Milano. Nel 1987 scrive un primo libro sugli alberi di Milano: Via per Via gli alberi di Milano e collabora alla realizzazione di numerose pubblicazioni sul tema del verde e delle piante.

Via per Via gli alberi di Milano è stato creato in più di due anni di lavoro e le tantissime foto sono state scattate dalla stessa autrice così come le schede e i disegni.

Esemplare di Ulmus pumila con chioma ampia e disordinata fotografati in Piazza Conciliazione.

I 180.000 alberi di Milano sono un patrimonio verde fondamentale per la città, le prime “sentinelle” contro l’inquinamento e il degrado, un punto di contatto con la natura e le note di colore insostituibili per l’estetica della metropoli. Questa opera, unica nel suo genere, frutto del lavoro paziente e competente di questa botanica, permette di scoprire uno ad uno tutti i tipi di alberi presenti nelle vie di Milano, le loro caratteristiche e la loro ubicazione. Le mappe aggiornate di ogni zona urbanistica, le indicazioni delle vie alberate e delle aree verdi, le accurate schede e le oltre 800 immagini a colori, costituiscono uno strumento indispensabile per imparare a conoscere gli alberi della città, per proteggerli dall’incuria, dall’invadenza dell’asfalto e del cemento.

La chioma estiva di una magnolia fotografata ai Giardini Pubblici

Questo mastodontico lavoro mi ricorda un libriccino regalatomi da Figini quando ho scritto sul loro lavoro a Ivrea per Architectural Design in cui descriveva quanto erano verdi e ridondanti di colori e profumi le terrazze di Milano prima della guerra. Sono ancora così? Spero di sì! E’ incredibile come Milano sia così ricca di piante nobili e preziose. Sfogliando il libro mi colpisce come in pieno centro le mura del Castello Sforzesco rigurgitino di quelle che io chiamo “le piante erratiche” in questo caso gli squisiti capperi.

Piante di cappero spontanee sui muri del Castello Sforzesco

Un gruppo di esemplari di Orniello fotografati a fine luglio in Piazza Castello

I numerosi frutti allungati e penduli dell’Orniello

Esemplare di Pinus wallichiana dal portamento slanciato fotografato al Parco Sempione

Coni immaturi verdi con gocce di resina di Pinus Strobus