La mia Australia

Pubblicato: ottobre 24, 2012 in Uncategorized

L’altra notte mi sono svegliata di colpo sentendo la musica degli stecchetti battuti. Tra le tradizioni aborigene c’è questo rito di sbattere dei rametti di legno all’interno di una grotta sacra mentre altri dipingono le pareti e il corpo con colori naturali e altri ancora danzano fino a cadere in trance.

Mi ero addormentata con la televisione accesa, che è il mio magico sonnifero, trovandomi di colpo dentro la grotta dei miei amici nelle vicinanze di Alice Spring. Assieme a loro mi pitturavo la faccia con le dita con i violenti colori ricavati dalle cortecce degli sparuti alberi esterni: fiori e animali mitologici uscivano dalla mia memoria riversandosi sulle pareti della grotta sacrale dove da una sorgente sgorgava l’acqua. Li guardavo danzare, cantare suonare e dipingere ritrovandomi esattamente dove ero nel lontano agosto del 1958.

Gli aborigeni visti da me.

Nella mia mente di colpo si sono mescolati i ricordi delle danze dei miei cannibali che lavoravano nella piantagione di Rwobero in Kiwù. Nei solstizi e nelle notti di plenilunio, i tamburi facevano da sfondo ai loro canti prima sommessi e cavernosi crescendo man mano di tono e volume trasformandosi in una frenesia di giravolte: acuti fortissimi di uomini e donne con la pelle dipinta di mille colori dove mani dalle palme rosa diventavano fiori in movimento per crollare esausti agli ordini dello stregone con la maschera a cono di perline, conchiglie e sassi colorati per cadere in trance stremati facendomi venire gli sgrisoli.

Sono andata a trovare gli aborigeni grazie a un’artista che avevo conosciuto alla Biennale. Aveva inaugurato il padiglione australiano esponendo delle strisce colorate e mi aveva regalato una corteccia d’albero dipinta come quelle esposte che col passare degli anni è andata distrutta.

Il mio tramonto

Questo mi ha fatto ricordare una mostra che si è chiusa all’Arsenale il 29 settembre, “Finding Country, territorio e cittadinanza” organizzata da Venti di Cultura e ispirata all’identità aborigena che instaura una relazione tra le tradizioni dello spazio aborigeno (country) e lo spazio Europeo (proprietà). Il fulcro della mostra era un disegno 8 x 3 metri della città di Brisbane fatto da cinquanta artisti diversi che hanno svelato, ognuno a suo modo, la griglia geometrica della città.

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