Archivio per novembre, 2012

Che bello Ileana!

Pubblicato: novembre 30, 2012 in Uncategorized
Ritratto di Tudy di Ileana Ruggeri

Ritratto di Tudy di Ileana Ruggeri

Cara Ileana,

che gioia vedere la tua mostra e che gioia avere sotto gli occhi il ritratto che mi hai fatto qualche tempo fa. Quando guardo le tue cose penso sempre alla Venezia vista da Turner, agli acquarelli del suo soggiorno veneziano che andavo a scartabellare nei momenti di pausa nei cassetti della stanza a lui dedicata alla Tate Gallery facendomi immancabilmente chiudere dentro, per fortuna non di notte ma durante la pausa di mezzogiorno. Solo tu riesci a rendere così magico il rimescolarsi della luce nell’acqua nella nostra laguna che cambia in continuazione.

 

 

 

 

“La Memoria dell’Acqua”, mostra di Ileana Ruggeri

Dal 1 dicembre al 10 dicembre

(inaugurazione sabato 1 dicembre, ore 18)

A plus A Centro Espositivo Soloveno

 

Ileana Ruggeri si forma all’Università di Architettura IUAV di Venezia sotto l’egida di Carlo Scarpa per finire successivamente a seguire i corsi dello scultore  italo/americano Mark di Suvero all’Università Internazionale d’Arte di Giuseppe Mazzariol. Partecipa a diverse collettive in Italia e all’estero insieme a mostre personali a Palazzo Correr, Palazzo Fortuny (Venezia) e Palazzo Te (Mantova).

Scia d'acqua

Scia d’acqua

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Konstantin Grcic in Venice

Pubblicato: novembre 30, 2012 in Uncategorized

ImageNato nel 1965, Konstantin Grcic si forma come ebanista al Pharnham College per poi proseguire gli studi di design al Royal College of Art di Londra. Nel 1991 fonda il suo studio di design a Monaco di Baviera e dieci anni più tardi con la lampada portatile Myday vince il Compasso d’Oro. Le sue opere sono esposte al MoMA di New York e al Centre George Pompidou di Parigi. Durante la Biennale di architettura di Venezia del 2012 lo studio di Grcic è stato incaricato dell’allestimento del padiglione tedesco che ha esplorato il concetto di Riduzione-Riutilizzo-Riciclaggio nell’ambito dell’architettura tedesca.

 

 

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MAY DAY

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E’ dotata di una pratica maniglia che incorpora l’interruttore, corredato da due spuntoni ai quali arrotolare 5 metri di cavo. Un grande gancio al termine della maniglia consente di appendere la lampada anche al ramo di un albero. L’ampio imbuto di propilene bianco funziona da diffusore e nel medesimo tempo da protezione.

 

SEDIA MONZA

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La Sedia Monza è il terzo progetto realizzato  nel 2009 per Plank, azienda di Bolzano a conduzione familiare fondata nel 1893: con Monza le radici storiche dell’azienda si fondono all’impulso innovativo dello stampaggio della plastica.

 

BLOW

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Blow è un tavolino basso nato dalla collaborazione con Venini, pensato per esplorare le possibilità del soffiaggio. Le forme semplici esaltano la trasparenza della materia mentre la spessa lastra del piano lavorata a mano fa pensare a una pietra preziosa.

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ImageBorn in 1965, Konstantin Grcic is studied as a cabinetmaker at Pharnham College and then continued his studies in design at the Royal College of Art in London. In 1991 he founded his own design studio in Monaco of Bavaria and ten years later with the portable lamp MYDAY won the Compasso d’Oro prize. His works are exhibited at the MoMA in New York and the Centre Pompidou in Paris. During the Biennale of Architecture in Venice in 2012 to study Grcic sat up the German pavilion that explored the concept of Reduce-Reuse-Recycle in German Architecture.

 

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MAYDAY

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It’s equipped with a convenient handle that includes a switch, accompanied by two spikes which rolled 5 meters of cable. A large hook at the end of the handle allows to hang the lamp also to the branch of a tree. The large white funnel propylene acts as a diffuser and at the same time as protection.

 

CHAIR MONZA

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The Chair Monza is the third project created in 2009 for Plank, Bolzano family-run company founded in 1893. With Monza the historical roots of the company mixed their selves with impulses of innovations.

 

BLOW

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Blow is a low table created in collaboration with Venini, designed to explore the possibility of blowing. The simple shapes enhance the transparency of the material and the thick slab of hand-crafted plan suggests a precious gemstone.

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Ricordando Andrea Zanzotto

Pubblicato: novembre 19, 2012 in Uncategorized

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A Palazzo Franchetti mercoledì 7 novembre Silvana Tamiozzo Goldmann, Francesco Vallerani, Silvio Ramat e Gianfranco Bettin hanno commemorato Andrea Zanzotto a un anno dalla morte, vigliaccamente non me la sono sentita di andare. E’ incredibile che sia passato un anno.

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Mi pare ieri quando andando al Castello di San Salvador a presentare il mio ultimo libro mi sono fermata a salutarlo. Aveva l’aria sofferente, mi ha preso la mano e mi ha detto “resta a farme compagnia”. Ero già fortemente in ritardo e un sacco di gente mi aspettava. Gli ho detto che sarei tornata il giorno dopo, ma è stato male, l’hanno portato all’ospedale di Conegliano dove è morto. Continueremo i nostri discorsi, quando andrò a fargli compagnia.

E’ diventato un mondo così strano e sgradevole che proprio non mi appartiene. Per fortuna amo la mia tana piena di libri e di tanti intrighi che mi parlano di momenti felici e tristi, di luoghi vicini e lontani, di esperienze anomale e particolari che mi hanno reso quello che sono. La mia terra, le mie piante, i miei animali e i magici posti dove ho vissuto sentendomi sempre a casa anche se ero un vero zingaro. A proposito di Andrea, aveva un luogo segreto in fondo alla stradina che dal caffè che si affaccia sulla piazza terminava in una bettola, un antro buio in cui il poeta si rifugiava a meditare protetto da un gigantesco giornale.

Il luogo segreto si raggiungeva anche da una laterale che s’inseriva in un viale protetto da una galleria di aceri platanoidi. Le sagome delle foglie mosse dal vento s’inseguivano sulla  strada sterrata, incapaci di congiungersi mi facevano pena, cercavo di aiutarle senza riuscirci.

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La passeggiata Soligo-Solighetto con zia Marta e Zia Mimì, le mie due magiche mamme, era una piacevole abitudine quando d’autunno il sole era allo zenit. La strada sterrata s’insinuava tra le colline: case coloniche a strisce rosse con lo stemma (quelle dei Brandolin) candide e belle paffute, con grandi stalle e fienile, costruite dal nostro antenato Marco Balbi che, procuratore di San Marco, all’arrivo di Napoleone aveva abbandonato Venezia, trasformato la villa lungo il Soligo a Pieve in un fortino. Il leone di San Marco da sopra il portone guardava il pozzo e gli alberi, le aiuole e i fiori che ingentilivano il cortile. Nano, il castaldo, mi raccontava che Marco Balbi Valier, caldo, freddo, sole, vento, piova, neve o tempesta faceva ogni giorno il suo giro fino alla fine dei suoi giorni.

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Sempre lui aveva iniziato la biblioteca dove con Pomi in braccio uscivo dal letto, scendendo scalza per il salone che aveva ancora la corsia, con cui dopo il famigerato otto settembre abbiamo fatto le brandine per i soldati abbandonati nelle caserme di Conegliano che si sono rifugiati a Cisa e sul Cansiglio, che diventati partigiani venivano in cantina se malati o feriti portando carne e funghi. Mi toccava andare in bicicletta a portare la carne in ospedale nascondendo prima i funghi tra i fiori attorno al pozzo pensando che facessero meglio a me che ai malati e trascinarmi dietro il dottor Lubin che dovevo sempre scovare perché mi sa che avesse paura.

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 Una notte mi sono sognata che quel magico paesaggio era scomparso dietro una doppia cortina di orrende costruzioni; quando l’ho detto ad Andrea guardandomi fisso negli occhi mi ha risposto: “te ga previsto il futuro” riempiendomi le ossa di gelo.

Un mondo pieno di umanità e ricordi, scomparso, dove la poesia di Andrea mi fa naufragare. Nella mia grande stanza alle Crode con le finestre aperte sulla pianura, il gorgogliare del Lierza che sposava il Soligo suonava nelle mie orecchie come i versi di Andrea che non avevo coraggio di pronunciare per non sciuparli come i differenti suoni dei richiami degli uccelli, che riuscivo ad incantare soffiando di volta in volta nei richiami della collana che tenevo sempre al collo riuscendo qualche volta a farmi rispondere, magia pura. Sensazioni suscitate dagli Haiku nel Sole 24 ore del 14 ottobre:

“Voci sottili, sconcertate api e speranze –

tutto sogna di altri viaggi

tutto ritorna in piccoli fitti tagli”

“Vulcanelli, papaveri qua là,

doni per devastate dimenticate colline –

per la nostra dimenticanza, i doni più dolci”

“Vantaggi del sonno – inimmaginabili –

sonno denso come i colori dell’erba –

tutto guadagnerà immensa ricchezza”

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Le piacevoli storie dell’Ambasciatore

Pubblicato: novembre 12, 2012 in Uncategorized

ImageRosella Mamoli Zorzi, presidente del Comitato di Venezia Società Dante Alighieri, presenta “Il ritratto del procuratore”, nuovo volume della collana “Le Alzavole” scritto da Paolo Galli, autore di molti libri ma anche ambasciatore in prestigiose sedi nel mondo. Me lo ricordo a Londra, quando aveva dato una raffinatissima colazione in una casa altrettanto raffinata, affacciata sul verde per l’inaugurazione della mostra di Ugo alla Drian Gallery. L’esposizione era organizzata da Paul Raeley, diventato Sir per i suoi meriti nel promuovere il Design a Londra, direttore del Design Center a Picadilliy Circus e della galleria del Museo Victoria and Albert.

Ho sempre amato il Victoria and Albert, per le sue collezioni di monete, ceramiche e stampe mantovane. Ci passavo giornate intere, spesso dimenticata chiusa nella stanza in cui lavoravo, piena di luce con le finestre spalancate sul parco e il grande viale. Guai a rimanerci chiusi di notte perché pieno di fantasmi! Per sgranchirmi le gambe andavo a passeggiare nel salone dove erano conservati altari, portali, frammenti di sculture che ricollocavo nelle chiese di Venezia stuprate e distrutte dopo l‘invasione napoleonica.

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Il libro raccoglie cinque racconti di cui quattro brevissimi: nel primo la procuratessa Paolina Gambara brontola col marito, che considera un babbeo, a proposito del ritratto di Alessandro Longhi, oggi all’Accademia, che li immortala entrambi con una strage di figli per ingraziarsi il suocero: il grande doge, tirchio in famiglia, aveva le manie di grandezza. Dobbiamo ringraziarlo per la Versailles veneziana, la villa di Stra, con il suo magnifico parco.

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Alessandro Longhi, La famiglia del procuratore Alvise Pisani (particolare), Venezia, Gallerie dell’Accademia.

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Il giardino e Villa Pisani a Stra.

Il secondo parla di Rosalba Carriera e delle sue litigate con il Tiepolo. Amo molto Rosalba perché è stata l’unica donna che è entrata a far parte dell’Accademia Reale di Francia. Un’opera che mi piace molto è il ritratto di gentiluomo a Ca’ Rezzonico; spupazzando Kubrick per la città durante il suo soggiorno veneziano gli ho fatto vedere il dipinto e proprio quello lo ha ispirato per il film Barry Lyndon. Gli ho raccontato vita e miracoli del gentiluomo veneziano con i suoi magici vestiti, i pastelli di Rosalba riescono a dare una tale consistenza che sembra di poter toccare con mano la preziosità dei tessuti!

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La caricatura di Rosalba Carriera realizzata da Anton Maria Zanetti (1705-1778). Dal catalogo di A. Bettagno “Caricature di A.M. Zantti”, Venezia 1969.

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Una scena del film “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick, 1975.

Nel terzo Pietro della Vecchia è alle prese con un patrizio squattrinato dove si imbrogliano a vicenda, mentre nel quarto Ludovico il Moro è in competizione con un priore domenicano per la scelta dell’artista a cui affidare un affresco: l’astuto priore e un ingenuo novizio si scambiano opinioni sulle tecniche dell’affresco che Leonardo stava realizzando a Santa Maria delle Grazie.

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Il libro termina con una complicatissima storia che non finisce più dove mi sono completamente perduta. Alla fine dell’Ottocento uno spaventato tirapiedi deve riferire giornalmente al suo capo delle Belle Arti Veneziane la storia di un fantomatico ricercatore, un certo Sonnetti, alla caccia di un’altrettanto misterioso pittore detto Casteldario, lavorandoci per anni e mangiandosi il fegato.

Finalmente una mattina il prete della chiesa di Castedario, un paesino della campagna di Rovigo da cui il pittore prende il nome, lo accompagna in sagrestia e gli mostra tredici croste, risolvendo il giallo di 130 pagine.

Caro Paolo, ho letto in un baleno i quattro racconti che mi sono piaciuti molto. Il giallo dell’ultimo mi ha talmente appassionato che mi ci sono volute alcune serate per scoprirne gli arcani!

Grazie della goduria, ho scoperto le qualità recondite che non conoscevo di un amico di sempre.

PAOLO GALLI. Diplomatico di carriera, ha girato il mondo e da ultimo è stato ambasciatore a Varsavia, Tokyo e Londra. Ha pubblicato articoli e saggi di storia diplomatica, il romanzo epistolare Un esilio facile (2007) e I comprimari. Tre storie diplomatiche (2009).

Un mondo in subbuglio

Pubblicato: novembre 7, 2012 in Uncategorized

Alberto Frappa Raunceroy, “Il Serenissimo Borghese” Edizioni Segno 2012.

Questo libro ripercorre la fine di Venezia come Repubblica negli incubi del suo ultimo doge: Lodovico Manin. Lo scrittore decifra con acume il delicato momento politico collegato a quello familiare: la moglie è frustrata perché incapace di dare alla luce un figlio ed è vittima della cattiveria di una suocera retrograda e ambiziosa. Il marito l’adora e fa di tutto per mantenere la pace familiare senza successo. Un cronista lo descrisse così: “Aveva sopracciglia folte, occhi bruni e smorti, naso grosso e aquilino, il labbro superiore sporgente, andatura stanca, persona lievemente inclinata”.  Ama la vita nella sua adorata campagna friulana e far fruttare la sua fortuna, invece di annoiarsi al freddo con quattro barbagianni in un disastrato Palazzo Ducale, sensazione resa tattile fin dalle prime pagine, nella descrizione del contrasto tra l’interno del burchiello e la laguna gelata.

Francesco Guardi, la laguna gelata. Londra, collezione-privata.

“Appena fuori, fu investita da una raffica di vento gelido; lanciò un gemito e aderì alla parete della cabina fino a quando la vista si abituò al buio e riuscì a scorgere gli uomini intenti a vogare: il lavoro aveva preso ritmo e i remi penetravano a fatica nel sottile strato di ghiaccio che, lacerandosi, lasciava presagire l’abisso che si spalancava sotto di loro”.

Il burchiello, tratto da Gli Abiti dei Veneziani… G. Gravenbroch, p.135.

Solo un furlan con i piedi in due scarpe, come diciamo a Venezia, poteva avere la mente sgombra dalle pretese di manie di grandezza degli ultimi rappresentanti di un regime che, dalla fine del cinquecento e per secoli, aveva perduto il potere reale. Grazie all’acume di una malizia diplomatica, i veneziani sono rimasti sempre ago della bilancia degli intrighi mondiali. Manin era un uomo moderno che aveva il senso della realtà, era un serenissimo borghese come denuncia il titolo del libro. Il 30 aprile 1797, quando già le truppe francesi erano giunte in riva alla laguna e cercavano di raggiungere Venezia, Lodovico Manin pronunciò la celebre frase:

Sta notte no semo sicuri neanche nel nostro letto“.

Alberto Frappa Raunceroy è nato a Udine da antica famiglia friulana. Nel 2007 per Segno ha pubblicato “La condanna dei tre capitoli”, romanzo storico-tecnologico e in questo secondo libro descrive in modo preciso la situazione di un mondo decisamente in subbuglio che si legge con grande curiosità.

 

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Renato Guttuso. Autoritratto – 1936. Olio su tela, Civica Galleria d’Arte Moderna E Restivo, Palermo

Nella Repubblica di venerdì 9 ottobre leggo divertita “A Tavola con Guttuso, ritratto di un’artista che amava lo scandalo” di Alberto Arbasino, a proposito della mostra curata da Fabio Carapezza, Enrico Crispolti con il coordinamento di Alessandro Nicosia al Complesso del Vittoriale a Roma per celebrare il centenario della nascita del pittore siciliano.

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Renato Guttuso, Caffè Greco – 1976, Museo Thyssen Bornemisza, Madrid.

Mi è tornata la memoria della colazione in casa sua, affacciata sulla Barcaccia di Piazza di Spagna, con la magica vista del Pincio. Mi sono presentata con uno scoatto di rose pastello profumate colte sulla terrazza della nostra casa che dava sulla stessa visuale ma in diagonale, più in alto e più misteriosa.

Non mi ricordo perché mi avessero invitato: avevo conosciuto Guttuso all’inaugurazione della mostra organizzata a Palazzo Grassi quando apparteneva ancora alla Snia Viscosa e Guttuso aveva finito col prender il posto di Arp nel negozio Olivetti a Roma.

Ricevuta da due personaggi pieni di calore, eravamo solo noi tre, io, Guttuso e sua moglie. Mi sono seduta a una tavola con sottopiatti d’oro, spero solo dorati, e piatti Meissen antichi: un buffet rinascimentale degno della sala di Psiche in Palazzo Te a Mantova. Ero completamente spiazzata. Al Royal Institut of Architecture di Londra, per cui a quel tempo lavoravo, una conferenza, non mi ricordo più di chi, celebrava Guttuso come il più grande artista italiano del periodo tra le due guerre. Ero sconcertata, le cose non collimavano con le mie conoscenze: non ho mai capito perchè con tutta quella ricchezza lui fosse considerato un “gran comunista”

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Renato Guttuso, Il funerale di Togliatti – 1972, Museo di Arte Moderna di Bologna.

Il paron de casa, percepito il mio imbarazzo, dandomi un’affettuosa manata sulle spalle mi dice: ”Cara amica, la politica è un oggetto misterioso che mescola tutte le carte, sono d’accordo con Ugo, il mio affresco ha scassato il ritmo di quello spazio prezioso, ma ho anche preso un sacco di soldi ed è stato il mio lancio. Fine della storia”.

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Il negozio Olivetti di via del Tritone è stato costruito da Ugo nel 1942 e successivamente affrescato da Guttuso e poi barbaramente distrutto alla fine degli anni Cinquanta. Scriveva Paolo Portoghesi sull’ “Epoca” del 22 giugno 1984:

 “Mi accorsi solo più tardi, conoscendo Ugo Sissa, che l’affresco di Guttuso non era in sintonia con i ritmi astratti dell’architettura, rigida e rigorosa come una macchina, sebbene illuminata da un grande esprit de finesse. A me quel contrasto piaceva perché rievocava il clima lontano delle avanguardie con l’irriducibile conflitto interno del filone romantico espressionista e del filone razionalista-astratto, ma Sissa avrebbe desiderato vedere su quella parete un’immagine di Mondrian o tuttalpiù di Soldati o Melotti, perché il latte che aveva succhiato era quello della Milano di Pagano e di Persico, il latte della intransigenza e della coerenza senza sfumature”.

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 La mostra al Vittoriano è aperta fino al 10 febbraio 2013: cento dipinti rappresentano l’arco creativo dell’attività artistica del maestro siciliano e costituiscono la prima antologica che gli dedica la città in cui visse per oltre cinquant’anni. Guttuso stabilì nella capitale il centro nodale delle sue relazioni e la dipinse nei suoi l’aspetti più intensi e profondi. Grazie al lavoro di ricerca compiuto dall’Archivio Guttuso sono esposte anche le opere che il pittore aveva tenuto per sé nella sua collezione privata, dalle piccole tavolette con le quali muoveva i primi passi nel mondo della pittura ai grandi quadri come La Fuga dall’Etna, La Crocifissione, I Funerali di Togliatti, Il Caffè Greco, La Vucciria e le Nature Morte che negli anni Quaranta facevano presagire la tragedia della guerra e della catastrofe.

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