Ricordando Andrea Zanzotto

Pubblicato: novembre 19, 2012 in Uncategorized

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A Palazzo Franchetti mercoledì 7 novembre Silvana Tamiozzo Goldmann, Francesco Vallerani, Silvio Ramat e Gianfranco Bettin hanno commemorato Andrea Zanzotto a un anno dalla morte, vigliaccamente non me la sono sentita di andare. E’ incredibile che sia passato un anno.

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Mi pare ieri quando andando al Castello di San Salvador a presentare il mio ultimo libro mi sono fermata a salutarlo. Aveva l’aria sofferente, mi ha preso la mano e mi ha detto “resta a farme compagnia”. Ero già fortemente in ritardo e un sacco di gente mi aspettava. Gli ho detto che sarei tornata il giorno dopo, ma è stato male, l’hanno portato all’ospedale di Conegliano dove è morto. Continueremo i nostri discorsi, quando andrò a fargli compagnia.

E’ diventato un mondo così strano e sgradevole che proprio non mi appartiene. Per fortuna amo la mia tana piena di libri e di tanti intrighi che mi parlano di momenti felici e tristi, di luoghi vicini e lontani, di esperienze anomale e particolari che mi hanno reso quello che sono. La mia terra, le mie piante, i miei animali e i magici posti dove ho vissuto sentendomi sempre a casa anche se ero un vero zingaro. A proposito di Andrea, aveva un luogo segreto in fondo alla stradina che dal caffè che si affaccia sulla piazza terminava in una bettola, un antro buio in cui il poeta si rifugiava a meditare protetto da un gigantesco giornale.

Il luogo segreto si raggiungeva anche da una laterale che s’inseriva in un viale protetto da una galleria di aceri platanoidi. Le sagome delle foglie mosse dal vento s’inseguivano sulla  strada sterrata, incapaci di congiungersi mi facevano pena, cercavo di aiutarle senza riuscirci.

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La passeggiata Soligo-Solighetto con zia Marta e Zia Mimì, le mie due magiche mamme, era una piacevole abitudine quando d’autunno il sole era allo zenit. La strada sterrata s’insinuava tra le colline: case coloniche a strisce rosse con lo stemma (quelle dei Brandolin) candide e belle paffute, con grandi stalle e fienile, costruite dal nostro antenato Marco Balbi che, procuratore di San Marco, all’arrivo di Napoleone aveva abbandonato Venezia, trasformato la villa lungo il Soligo a Pieve in un fortino. Il leone di San Marco da sopra il portone guardava il pozzo e gli alberi, le aiuole e i fiori che ingentilivano il cortile. Nano, il castaldo, mi raccontava che Marco Balbi Valier, caldo, freddo, sole, vento, piova, neve o tempesta faceva ogni giorno il suo giro fino alla fine dei suoi giorni.

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Sempre lui aveva iniziato la biblioteca dove con Pomi in braccio uscivo dal letto, scendendo scalza per il salone che aveva ancora la corsia, con cui dopo il famigerato otto settembre abbiamo fatto le brandine per i soldati abbandonati nelle caserme di Conegliano che si sono rifugiati a Cisa e sul Cansiglio, che diventati partigiani venivano in cantina se malati o feriti portando carne e funghi. Mi toccava andare in bicicletta a portare la carne in ospedale nascondendo prima i funghi tra i fiori attorno al pozzo pensando che facessero meglio a me che ai malati e trascinarmi dietro il dottor Lubin che dovevo sempre scovare perché mi sa che avesse paura.

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 Una notte mi sono sognata che quel magico paesaggio era scomparso dietro una doppia cortina di orrende costruzioni; quando l’ho detto ad Andrea guardandomi fisso negli occhi mi ha risposto: “te ga previsto il futuro” riempiendomi le ossa di gelo.

Un mondo pieno di umanità e ricordi, scomparso, dove la poesia di Andrea mi fa naufragare. Nella mia grande stanza alle Crode con le finestre aperte sulla pianura, il gorgogliare del Lierza che sposava il Soligo suonava nelle mie orecchie come i versi di Andrea che non avevo coraggio di pronunciare per non sciuparli come i differenti suoni dei richiami degli uccelli, che riuscivo ad incantare soffiando di volta in volta nei richiami della collana che tenevo sempre al collo riuscendo qualche volta a farmi rispondere, magia pura. Sensazioni suscitate dagli Haiku nel Sole 24 ore del 14 ottobre:

“Voci sottili, sconcertate api e speranze –

tutto sogna di altri viaggi

tutto ritorna in piccoli fitti tagli”

“Vulcanelli, papaveri qua là,

doni per devastate dimenticate colline –

per la nostra dimenticanza, i doni più dolci”

“Vantaggi del sonno – inimmaginabili –

sonno denso come i colori dell’erba –

tutto guadagnerà immensa ricchezza”

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