Archivio per febbraio, 2013

Giovani Fantasiosi

Pubblicato: febbraio 27, 2013 in Uncategorized

006

Il 24 febbraio è uscito su La Nuova “L’arte di rileggere l’arte. Con le foto Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto: il salotto di casa come un set per interpretare Klimt o Corcos” dove Silvia Zanardi illustra il lavoro di Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto, una coppia di giovani che, con le loro fotografie, mette in scena famosi dipinti in modo ironico e surrealista. Il loro lavoro si basa su opere di Klimt, Schiele, Previati e sugli artisti del decadentismo. Il duo ha già esposto in mostre personali e collettive a New York, Venezia, Parigi, Milano, Roma accanto a opere di artisti celebri come Jean Michel Basquiat, Damine Hirst, Francis Picabia e Jean Cocteau.

001

1899_gustav_klimt_608_nuda_veritas

Le loro foto sono il frutto di un immenso lavoro: dalla realizzazione delle scenografie agli scatti elaborati in tutte le fasi, all’interpretazione dei personaggi…Mi piace come riescono a realizzare queste immagini con materiale povero che suggerisce altro, come gli stecchetti di legno (Sleeping beauty dalla serie Fairy Tales Now, 2011) che sembrano tanti pezzi di ossa mangiate dal tempo, o la carta dipinta (Music dalla serie The Essence of Decadence, 2010) per creare l’arpa appoggiata su un tessuto fatto di carta da parati dove un cartone rappresenta un mobile razionalista che fa da supporto al tutto.

001_big

Visitando il loro sito, quello che mi piace di più è “White Queen”, la regina di “Alice nel paese delle meraviglie”: fin da bambina lo leggevo con il nonno e da allora mi rifugio in quel mondo che mi permette di salvarmi dai tempi di oggi. Questi ragazzi creano delle cose estremamente interessanti, sono curiosa della loro invenzione, e mi auguro che continuino ad esplorare questi  magici mondi…

003_big

5-illustrazione

Annunci

La vita in fotografia

Pubblicato: febbraio 26, 2013 in Uncategorized

 

Basilico-3Leggo con grande dispiacere che il 13 febbraio è mancato Gabriele Basilico, amico e allievo di Gianni Berengo Gardin che ho conosciuto grazie a lui. Fra le sue foto ricordo le vive immagini di Mestre. Da ragazzo Basilico passava le vacanze nella campagna trevigiana e Mestre la conosceva bene; i suoi scatti in bianco e nero raffigurano le architetture immerse in momenti magici con le strade vuote senza passanti o macchine. Nato nel 1944, Basilico era appassionato di paesaggi e aree urbane come quella di Marghera, immortalata nel 1977 per “Venezia-Marghera. Fotografia e trasformazioni della città contemporanea”. La sua indagine sullo spazio inizia nella periferia milanese con una fotocamera a mano di piccolo formato e i suoi racconti si spingono in altre città: da Napoli a Roma passando per Berlino, Buenos Aires, Istambul…

Basilico-2.

 

In questo momento Venezia rigurgita di mostre fotografiche: in contemporanea all’esposizione di Gianni Berengo Gardin ai Tre Oci che sta avendo un grande successo, si è aperta “Paesaggio Italia” di Maurizio Galimberti promossa dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, un lavoro antologico che ritrae il nostro paesaggio tramite polaroid. Grazie alle diverse possibilità compositive le sue foto diventano uno scrigno di visioni, veri e propri mosaici creati dall’Instant Artist.

Maurizio Galimberti RialtoBlitz_Venezia

Maurizio Galimberti RialtoBlitz_Venezia

 

Maurizio Galimberti VeneziaView1998

Maurizio Galimberti VeneziaView1998

Poco tempo fa Giovanni Puppini, socio del circolo fotografico La Gondola presieduto da Manfredo Manfroi, ha presentato la sua “Venezia anni Sessanta”, un libro edito da Cierre Grafica messo insieme riordinando il tesoro di quotidianità veneziana del suo archivio. La Venezia di Puppini è una città di quasi 175 mila residenti, un ritratto del periodo post-bellico e della crisi del tempo:

“Malgrado tutto ciò il clima era euforico e pieno di speranza nel futuro. Più di un terzo dei residenti era costituito da persone con meno di 20 anni che rappresentavano il doppio degli oltre sessantenni. Specie nelle stagioni propizie, molti trascorrevano larga parte della giornata in strada, vera estensione delle abitazioni e luogo comunitario di lavoro e svago. Ai ragazzi di allora, che si comportavano in modo semplice e modesto e speravano che la vita donasse tutto, Venezia sembrava affascinante, ricca di animazione e fantasia.”

Giovanni Puppini - Piazzetta San Marco trasporto con carretto

Giovanni Puppini – Piazzetta San Marco trasporto con carretto

Questi sono i personaggi che hanno reso famosa la fotografia e grazie ai nuovi mezzi, a queste macchine che si mettono in tasca e a internet abbiamo la documentazione di qualsiasi cosa in tempo reale. Tutti sanno tutto. Tutto viene documentato, il bello, il brutto, il bene e il male.

Giovanni Puppini - Giudecca, anziano pescatore

Giovanni Puppini – Giudecca, anziano pescatore

Donna serpente

Pubblicato: febbraio 13, 2013 in Uncategorized
Anonimo di scuola fiamminga, prima metà XVII secolo.

Anonimo di scuola fiamminga, prima metà XVII secolo.

L’intrigante copertina del libro “La donna serpente. Storie di un enigma dall’antichità al XXI secolo” di Angela Giallongo per edizioni Dedalo, ha suscitato la mia curiosità. Medusa mi ha sempre affascinato. L’introduzione si apre con le seguenti parole:

“Uno sguardo letale, una lingua penzolante, un rivolo di sangue, un esercito di calvi serpenti, un corpo pietrificato: questo livido dischiudersi dell’incubo non è ciò che tutti temiamo? E che non sappiamo evitare? (…) I miti, venuti a galla nella letteratura e nell’arte, hanno fecondato la realtà o l’immaginazione?”

Anonimo, Roma antica, II-III sec. d.C, Ermitage.

Cammeo in sardonica e argento. Anonimo, Roma antica, II-III sec. d.C, Ermitage.

Il mito non ci abbandona mai, abbonda in letteratura, arte, immaginario, scava nella nostra mente, accavallandosi, contraddicendosi, creando una gran confusione.

 Nel lungo excursus di Angela Giallolongo che descrive le metamorfosi di Medusa come “prototipo della sub-umanità femminile”, mi colpisce la storia di Christine de Pizan, poetessa e filosofa francese nata a Venezia nel 1362 e famosa soprattutto per La città delle dame, scritto tra 1404 e 1405. Il libro ci illustra il problema nel Medioevo quando tutto questo era diventato terrore ed è la risposta al De mulieribus claris del Boccaccio e al Roman de la Rose di Jean de Meun, testi avversi alla condizione femminile. Alle loro donne seduttrici, Christine contrappone una società utopica e allegorica in cui la parola “dama” indica non una donna nobile di nascita, ma di spirito, in una comunità popolata di sante, eroine, poetesse, scienziate e regine:

Ed è così che, nella selezionata comunità femminile della città, la figura di Medusa cessa di essere trascinata sotto gli stendardi che avevano accordato eserciti di sozzi serpenti dalle chiome fluenti, a sguardi pietrificanti e a destini di morte”.

Schermata 2013-02-13 a 12.23.50

Spavento. Cavalier d’Arpino (pseud.) Giuseppe Cesari, 1618. Illustrazione dall’Iconologia di Cesare Ripa

Conclude l’autrice:

“Riannodando i fili e ristabilendo qua e là contatti con le differenti tradizioni sulla donna serpente (immagini, metafore, idee) che sono sopravvissute nel tempo, ho cercato di circostanziare come queste “impressioni” hanno plasmato e travolto i rapporti tra i sessi. Diverse culture sono state incuriosite o sconvolte da questo soggetto ora galvanizzato ora ammutolente”.

Testa di Medusa. Antonio Canova, 1801. The Chicago Art Institute.

Testa di Medusa. Antonio Canova, 1801. The Chicago Art Institute.

Angela Giallongo è professore ordinario di Storia dell’educazione presso l’Università di Urbino. Nelle sue ricerche privilegia tematiche educative informali: esperienze gestuali, gerarchie sensoriali, comportamenti sentimentali e immaginario. I suoi interessi scientifici sono prevalentemente concentrati sulla letteratura didattica vernacolare basso medievale, rivolta al grande pubblico francese e italiano, e sulle relative fonti iconografiche. Ha curato dal 2004 la collana “Paidéia. La biblioteca del corpo” per i tipi dell’Editrice la Goliardica (Trieste) ed ha aderito al Comitato scientifico della collana “Genere e formazione” dell’Editore Guerini (Milano) e della collana Scienze dell’educazione, Editore Apogeo, Milano.

Le sue ricerche sono note a livello nazionale ed internazionale con pubblicazioni, partecipazioni a dottorati, convegni, conferenze e seminari. Negli ultimi anni, l’attenzione dell’attività scientifica si è focalizzata sui significati sociali attribuiti dalla tradizione culturale europea, in età moderna, al potere di genere.

Fa attualmente parte del Comitato scientifico del “Centro Italiano per la Ricerca Storico Educativa” e degli “Studi sulla Formazione”; ha collaborato a molte riviste scientifiche italiane e straniere scrivendo recensioni, articoli e saggi .

agiallongo

Mai provocare i mariti! Mio ritratto, Ugo Sissa.

Mai provocare i mariti! Mio ritratto, Ugo Sissa.

veronese-cena-in-casa-di-levi

Nell’ultimo bollettino delle pubblicazioni della Marsilio ho visto con immenso piacere riproposto l’interessante libro di Maria Elena Massimi La cena in casa di Levi di Paolo Veronese. Il processo riaperto (Marsilio, 2011), uno dei più belli e controversi dipinti del rinascimento veneziano, famoso anche per le diatribe teologiche mai veramente risolte.

La scenografia del quadro rappresenta la teoria del Serlio esposta nel suo Secondo Libro di Perspectiva dove introduce l’uso delle scene realizzate in prospettiva e tridimensionali: tre archi a tutto sesto, di cui il centrale più vasto con capitelli corinzi, inseriti in una enorme parete con architrave; gigantesche paraste inquadrano la scena del banchetto dove la tovaglia immacolata focalizza il nostro sguardo sulla figura del Cristo rivolto in atteggiamento affettuoso a Giovanni, discepolo prediletto.

Schermata 2013-02-12 a 14.54.13

Paolo Veronese completa la sua “Ultima Cena” nel 1573 per il convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia. Il 18 luglio dello stesso anno il Tribunale dell’Inquisizione gli muove una grave accusa: l’enorme tela lunga quasi 13 metri, contiene immagini non presenti nel racconto evangelico come pappagalli, cani, buffoni, imbriachi, todeschi, nani et simili scurrilità. Veronese si giustifica affermando la libertà che si prendono in genere gli artisti per dare  sfogo alla loro creatività:

Nui pittori si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti e i matti (…) e se nel quadro li avanza spacio, io l’adorno di figure secondo le invenzioni

8levi2

Per evitare altri inconvenienti cambia il titolo in “Cena in Casa Levi” riferendosi alla vita di san Matteo prima della sua conversione, quando da uomo molto ricco poteva offrire un banchetto con servi, buffoni, nani e quant’altro potesse apparire nella tela.

Questo libro riapre il processo al Veronese per chiarire le motivazioni originarie del dipinto: il vero tema della tela è la contrapposizione tra il buono e il cattivo sacerdote; è il Levitico, terzo libro della Bibbia, a dire che ciechi, zoppi, nasoni e gobbi sono esclusi dal servizio divino. Così, il servo colpito da sangue dal naso è un immondo, un cattivo prelato mentre San Pietro, buon sacerdote dimostra che la sua condotta è eccellente. Il dipinto non ha a che vedere con l’eresia luterana bensì con lo scontro in seno all’Ordine tra i conventuali e gli osservanti che spingevano affinché i frati veneziani rispettassero la regola abbandonando privilegi e licenze.

L’immagine, famosa nei dettagli, viene descritta figura per figura ricostruendo con l’aiuto di documentazione anche inedita, il soggetto, l’argomento e il significato, incrociando la tradizione dei vangeli, la manualistica sull’arte profana del convito e l’arte sacra della prelatura.

la-cena-in-casa-levi-di-paolo-veronese-il-processo-riaperto

Maria Elena Massimi si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza. Dal 1995 collabora con l’Istituto della Enciclopedia Treccani, ha preso parte a numerosi convegni di carattere storico-artistico e ha curato nel 1999 la sezione documentaria del Bollettino dell’arte dedicato ai restauri del Quirinale. Conduce studi di materia veneta prediligendo le tematiche religiose e la ricerca archivistica-documentaria.

Grazie di avermi regalato uno dei libri che apprezzo di più!

Manus oculata, Maurizio Bettini, Apiaria (1619), da Alciati, Emblemata

Manus oculata, Maurizio Bettini, Apiaria (1619), da Alciati, Emblemata

Dal 5 al 12 febbraio in occasione del Carnevale di Venezia nelle sale monumentali della Biblioteca Nazionale Marciana Manlio Brusatin, Claudia Benvestito, Annalisa Bruni e Mariachiara Mazzariol hanno organizzato una deliziosa mostra intitolata “Galateo dei colori” sul dialogo/significato e pratica dei colori. Vi sono esposti trattati, testi e saggi relativi al tema nel contesto di Venezia dal XVI al XVIII secolo. Le opere esposte, tra cui spiccano autori come Ludovico Dolce, Francesco Colonna, Paolo Pino e Francesco Algarotti, trattano la luce, il colore, le analisi scientifiche e psicologiche della visione e della percezione e saranno anche interpretate da un reading teatrale musicato in scena lunedì 11 febbraio con due repliche (17:00, 19:00).

Giovanventura Rosetti, Tintura in tessuto, 1540

Giovanventura Rosetti, Tintura in tessuto, 1540. Il bianco e nero affascina sempre perché suggerisce in continuazione colori diversi a seconda dello stato d’animo.

Manlio Brusatin si è laureato in architettura con Carlo Scarpa e nel corso dei suoi lavori ha indagato aspetti di storia delle idee e dei sistemi comunicativi delle immagini ed ha esperienza internazionale sul tema del “colore”.

Ho conosciuto negli anni ’80 Manlio quando tenevo in ordine il giardino di Freya Stark, esploratrice e saggista britannica famosa per le sue spericolate incursioni in Medio Oriente. Freya trascorre parte della sua infanzia ad Asolo; sua madre Flora era infatti italiana mentre il padre, Robert, era un pittore inglese. Sul finire del 1927 si imbarca per Beirut dove iniziano i suoi viaggi verso l’est fissando la sua base in Libano, nella casa del poeta James Elroy Flecker e poi a Baghdad. Negli anni ’30 si addentra nell’entroterra dell’Arabia Meridionale, dove pochissimi esploratori occidentali si erano avventurati.  I suoi libri per me sono ancora oggi una continua fonte di conoscenza.

Freya Stark

Freya Stark

Non mi stancavo di sentirle parlare del Kurdistan, pensando ai viaggi di mio marito Ugo Sissa. Con Manlio giravamo per Asolo divertendoci a evocare i fantasmi di Caterina Cornaro, regina di Cipro ed Eleonora Duse, continuando le nostre bagole abboffandoci all’Osteria Ca’ Derton.

Brusatin mi ha regalato la “Storia dei Colori”, il suo magico libro che mi ha aperto la testa sui vari significati del colore che si sviluppa in mille aspetti. Mi ha fatto scoprire il testo di Leonardo sulla pittura:

Più precise attenzioni alla percezione del colore sono espresse da Leonardo, in un trattato incompleto e inattuato Sulla pittura, che inaugura con grande originalità ogni considerazione sulle funzioni produttive della composizione pittorica rispetto alla luce e all’ombra, ma soprattutto sulle leggi della loro percezione e del loro contrasto, includendo come fondamentali ora otto colori, eccettuando il bianco e il nero (azzurro, giallo, verde, leonino, taneto, morello, rosso) ora sei (bianco, giallo, verde, azzurro, rosso e nero)”.

Schermata 2013-02-08 a 12.40.05

In contemporanea, a Ca’ Giustinian fino al 27 aprile è aperta la mostra “20 anni di maschere e costumi” organizzata dal presidente della Biennale Paolo Baratta che presenta alcuni preziosi reperti dell’Archivio storico delle arti contemporanee. L’allestimento prevede l’esposizione di bozzetti tra cui spiccano i nomi di Felice Casorati, Renato Guttuso, Mino Maccari.

Clementina (Guttuso)

Clementina (Guttuso)

Idomeneo (Casorati)
Idomeneo (Casorati)

Commedia sul ponte (Maccari)

Commedia sul ponte (Maccari)

Image

L’avvocato Scatturin era un grande amico di Carlo Scarpa e lo ha sempre salvato dalle rogne che gli capitavano spesso a causa dell’invidia dei suoi colleghi. Per ringraziarlo, negli anni Sessanta Scarpa gli ha ristrutturato la casa-studio in Calle degli Avvocati, oggi messa in vendita dagli eredi.

Per quello che mi riguarda, è l’unica casa rimasta intatta come Scarpa l’ha creata, senza nessuna alterazione.

Image

In uno spazio rettangolare a più livelli, casa e studio costituiscono un organismo che vive di relazioni multiple: c’è sempre qualcosa oltre il luogo in cui ci si trova. Grazie alla trasparenza del vetro, lo studio che gravita attorno al tavolo “Signori prego si accomodino” realizzato per l’avvocato, si manifesta ancor prima di entrarvi aprendosi sul pianerottolo. I soffitti e le porte contribuiscono a differenziare gli ambienti: lo studio è dipinto in stucco lucido bruno mentre nel salone principale dell’abitazione regna un incredibile cemento multicolore, rosso, giallo, marrone, che cambia sotto la luce che filtra dalle finestre. Le porte meritano un’attenzione particolare e Scarpa ne disegna una gamma vastissima, tutte diverse per adattarsi alla situazione, come quelle in pelle nera della bussola d’accesso alla zona privata.

Image

Nell’area notte una scala armadio conduce alla chiocciola d’accesso all’altana triangolare ed è una delle invenzioni più interessanti dell’opera perché riesce a sfruttare lo spazio sottostante nel modo migliore, ripartendolo in piccoli vani armadio.

La fantastica altana offre la vista su tutta Venezia e si raggiunge tramite una scala il cui involucro è un camino smussato da un lato.

Image

Ricordo che Scatturin aveva un pappagallo che stava sempre vicino alla finestra ed era cattivissimo: ha anche cercato di beccarmi ma io sono stata più veloce. L’avvocato era una persona deliziosa, grande amico di Gianni Milner, il mio avvocato. Spesso d’estate ci ritrovavamo da lui che era anche un ottimo cuoco, ad ammirare il tramonto dall’altana mangiando le sue godurie. Sua moglie, piacevole poetessa, era la sorella di Tancredi e dobbiamo a Luigi una ricerca e uno studio approfondito su tutte le opere del pittore che ha sempre collezionato con amore. Erano ben sistemati negli armadi sotto la scala. Questi personaggi mi mancano molto. Ho imparato tantissime cose da entrambi e li ricordo con molto affetto.

Image

Vincente per l’unicità dell’esplosivo messaggio di rivisitazione creativa nei confronti dei contenuti storici, la figura di Scarpa s’incunea tra Klee, fantastico fabulatore di geometrie, e Mies van der Rohe, cantore di sequenze spaziali; al valico tra il manierismo rivoluzionario e sperimentale di un Peruzzi e i sogni disegnati tra analisi e immaginazione di un Piranesi”

Ada Francesca Marcianò “Carlo Scarpa”, Zanichelli 1987.

Image

Image

berengo

La mostra “Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo” è aperta ai Tre Oci fino al 12 maggio; vi sono esposte 140 immagini che ripercorrono la sua carriera scelte accuratamente dall’autore e da Dennis Curti, direttore della sede milanese dell’agenzia “Contrasto” e già curatore della precedente mostra su Elliot Erwitt. Disegnata nel 1913 dall’artista Mario De Maria, la Casa dei Tre Oci è una splendida testimonianza dell’architettura veneziana del ‘900, custodisce i fondi fotografici di proprietà della Fondazione di Venezia: il Fondo De Maria, l’Archivio Italo Zannier e una selezione della biblioteca di Zannier sulla fotografia.

ORCH-5411

A proposito di Berengo Gardin, nel catalogo della mostra Italo Zannier ricorda un suo giudizio scritto nel 1986:

“il fotografo italiano più ragguardevole del dopoguerra, quello che meglio ha saputo mediare proficuamente le varie tendenze, con un acume visivo che non si è lasciato condizionare troppo dal gusto del momento, slittando subito oltre la moda, per cercare garanzie soprattutto nella chiarezza dello sguardo”.

Schermata 2013-02-05 a 13.52.32

Caro Gianni, che bella la tua mostra e che gioia averti rivisto dopo tanto tempo! Gli anni per te non passano mai, sei un leone!

I nostri Elevators fotografati da Gianni

I nostri Elevators fotografati da Gianni

Ho ammirato le fotografie degli Hutterites che hai fatto quando sei venuto a trovarci a Carmengale negli anni ‘90; ero molto invidiosa della tua astrologa personale perché ti faceva l’oroscopo tutte le mattine rifiutandosi di farlo a me. Mentre io trebbiavo la menta lei cucinava e ci avvelenava tutti con l’aglio! Per quanto guardi nelle mie cartelle, non so dove ho imbucato le fotografie delle case abbandonate. Nella zona tra Lethbridge e Calgary, in questa pianura fertilissima dove il grano e l’orzo crescevano in tre mesi d’estate, c’erano un sacco di case abbandonate con ancora i vestiti e le pentole lasciate in cucina dalle persone che, non essendovi mezzi meccanici, scappavano coi cavalli, impazzivano o morivano di freddo in inverno per il gelo (dai 40 ai 50 gradi sotto zero). Per me era la più grande tragedia di quel meraviglioso luogo dove mi svegliavo all’alba con l’aurora boreale che mi correva sulla testa e le Montagne Rocciose che, per illusione ottica, sembrava quasi di toccare.

gianni-berengo-gardin_venezia-1960

gianni-berengo-gardin_venezia-1960

Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930 e incomincia a occuparsi di fotografia nel 1954. Collabora con le principali testate della stampa illustrata italiana ed estera, realizza oltre 200 volumi fotografici. Dal 1960 ha iniziato a collezionare innumerevoli premi culminati con il “Lucie Award” (2008) riconoscimento alla carriera vinto in precedenza da Henri Cartier-Bresson, Gordon Parks, William Klein, Willy Ronis ed Elliot Erwitt. Ernst H. Gombrich lo ha citato come unico fotografo nel libro “The Image and the Eye” (1982) ed è stato presente tra gli ottanta fotografi scelti da Cartier-Bresson nel 2003 per la mostra Les choix d’Henri Cartier-Bresson.

Berengo_Ritratto2.tif