Controversie religiose a Venezia nel ‘500

Pubblicato: febbraio 12, 2013 in Uncategorized

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Nell’ultimo bollettino delle pubblicazioni della Marsilio ho visto con immenso piacere riproposto l’interessante libro di Maria Elena Massimi La cena in casa di Levi di Paolo Veronese. Il processo riaperto (Marsilio, 2011), uno dei più belli e controversi dipinti del rinascimento veneziano, famoso anche per le diatribe teologiche mai veramente risolte.

La scenografia del quadro rappresenta la teoria del Serlio esposta nel suo Secondo Libro di Perspectiva dove introduce l’uso delle scene realizzate in prospettiva e tridimensionali: tre archi a tutto sesto, di cui il centrale più vasto con capitelli corinzi, inseriti in una enorme parete con architrave; gigantesche paraste inquadrano la scena del banchetto dove la tovaglia immacolata focalizza il nostro sguardo sulla figura del Cristo rivolto in atteggiamento affettuoso a Giovanni, discepolo prediletto.

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Paolo Veronese completa la sua “Ultima Cena” nel 1573 per il convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia. Il 18 luglio dello stesso anno il Tribunale dell’Inquisizione gli muove una grave accusa: l’enorme tela lunga quasi 13 metri, contiene immagini non presenti nel racconto evangelico come pappagalli, cani, buffoni, imbriachi, todeschi, nani et simili scurrilità. Veronese si giustifica affermando la libertà che si prendono in genere gli artisti per dare  sfogo alla loro creatività:

Nui pittori si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti e i matti (…) e se nel quadro li avanza spacio, io l’adorno di figure secondo le invenzioni

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Per evitare altri inconvenienti cambia il titolo in “Cena in Casa Levi” riferendosi alla vita di san Matteo prima della sua conversione, quando da uomo molto ricco poteva offrire un banchetto con servi, buffoni, nani e quant’altro potesse apparire nella tela.

Questo libro riapre il processo al Veronese per chiarire le motivazioni originarie del dipinto: il vero tema della tela è la contrapposizione tra il buono e il cattivo sacerdote; è il Levitico, terzo libro della Bibbia, a dire che ciechi, zoppi, nasoni e gobbi sono esclusi dal servizio divino. Così, il servo colpito da sangue dal naso è un immondo, un cattivo prelato mentre San Pietro, buon sacerdote dimostra che la sua condotta è eccellente. Il dipinto non ha a che vedere con l’eresia luterana bensì con lo scontro in seno all’Ordine tra i conventuali e gli osservanti che spingevano affinché i frati veneziani rispettassero la regola abbandonando privilegi e licenze.

L’immagine, famosa nei dettagli, viene descritta figura per figura ricostruendo con l’aiuto di documentazione anche inedita, il soggetto, l’argomento e il significato, incrociando la tradizione dei vangeli, la manualistica sull’arte profana del convito e l’arte sacra della prelatura.

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Maria Elena Massimi si è laureata in Lettere all’Università La Sapienza. Dal 1995 collabora con l’Istituto della Enciclopedia Treccani, ha preso parte a numerosi convegni di carattere storico-artistico e ha curato nel 1999 la sezione documentaria del Bollettino dell’arte dedicato ai restauri del Quirinale. Conduce studi di materia veneta prediligendo le tematiche religiose e la ricerca archivistica-documentaria.

Grazie di avermi regalato uno dei libri che apprezzo di più!

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