Archivio per maggio, 2013

fronteIl 9 maggio è stata presentata all’Ateneo Veneto la ristampa anastatica del volume “Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria” di Giovanventura Rosetti (Bologna 1672) a cura di Anna Messinis e Giancarlo Ottolini per Mavive spa. La ristampa coincide con il 25° anniversario della fondazione Mavive e con il centenario della famiglia Vidal nel campo della profumeria. Tutto ha inizio nel 1900, quando Angelo Vidal crea un piccolo laboratorio di profumeria a San Stae e inizia a fabbricare prodotti per la casa, saponi, profumi e cosmetici. I “Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria” sono stati tramandati di generazione in generazione dalla famiglia Vidal che, dal 2013 ha deciso di valorizzare la tradizione cosmetica veneziana con il lancio di una linea di profumi e cosmetici ispirati direttamente all’opera del Rosetti e con la prossima apertura di un museo stabile del profumo a Venezia. Il progetto, che sarà realizzato assieme alla Fondazione dei Musei Civici di Venezia, prevede una nuova sezione del profumo all’interno del Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume.

stampa

Grazie ai suoi collegamenti con l’Oriente, la Serenissima è sempre riuscita a scovare conoscenze e materie prime, ignorate in altri territori, dalle quali i “muschieri”, i “venditori de polvere de Cipro” e i “saoneri” ricavavano profumi e cosmetici ambiti da tutte le corti d’Europa. Scrive Anna Messinis: “A Venezia coloro che preparavano profumi e belletti erano chiamati muschieri, dall’ampio uso del muschio documentato anche dal ricettario del Rosetti; ma, nonostante la società Veneziana fosse rigidamente strutturata in arti, governate da norme precise fissate dai capitolari e raccolte nelle mariegole, non costituivano una corporazione autonoma. Facevano parte dell’arte dei “marzeri” (merciai), nel cui capitolare del 1271 sono espressamente indicati coloro che fabbricano guanti; per l’usanza di profumare i guanti, vengono accolti nella stessa arte…”.

guanti

I “Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria” furono stampati a Venezia nel 1555 da Francesco Rampazzetto; l’autore, Giovanventura Rosetti, era addetto all’approvvigionamento merci all’Arsenale e aveva anche scritto il Plichto de l’arte de tentori, uno dei più interessanti trattati di chimica del tempo pubblicato nel 1548. “La metà del XVI secolo, epoca nella quale fu pubblicato questo libro, fu il periodo nel quale la Serenissima toccava il suo apice in potenza, bellezza e splendore, ricca di esperienza politica, tesori, gioielli d’arte”.

oglio odorifero

Nel 1561 Giovanni Bariletto pubblica “I secreti de la signora Isabella Cortese ne’ quali si contengono cose minerali, medicinali, artificiose, et alchemiche, et molte de l’arte profumatoria, appartenenti a ogni gran signora”, l’unico libro di segreti scritto da una donna dato alle stampe.

ricino

Lodovico Dolce nel “Dialogo della institution delle donne” racconta un episodio divertente: “una giovane veneziana non imbellettata durante un banchetto si lava la faccia con l’acqua e incita le altre convitate a fare lo stesso. Il suo viso appare ancora più bello, mentre <<le altre che erano dipinte, levandosi con l’acqua i colori, rimasero assai più brutte: et vergognandosi l’una dell’altra d’indi in poi i belletti non adoperarono, ma contentandosi della faccia naturale, disprezzarono la finta e mendicata dell’artificio>>.

rose

Notandissimi Secreti de l’Arte Profumatoria” 

di Giovanventura Rosetti (Bologna 1672)

a cura di Anna Messinis e Giancarlo Ottolini per Mavive spa , 2013.

Venezia punto di congiunzione

Pubblicato: maggio 29, 2013 in Uncategorized
Raphael Custos, Domus Germanorum, incisione 1616

Raphael Custos, Domus Germanorum, incisione 1616

La chiesa di San Bartolomeo e la comunità tedesca a Venezia, a cura di Natalino Bonazza, Isabella di Lenardo e Gianmario Guidarelli fa parte del progetto Chiese di Venezia grazie al quale lo Studium Marcianum fa conoscere le chiese veneziane considerandole in tutti i loro significati: pastorali, devozionali, civili, sociali ed economici. La collana Chiese di Venezia. Nuove prospettive di ricerca alla quale appartiene questo volume, raccoglie gli atti di convegni promossi ogni anno e condotti secondo un metodo di confronto e scambio multidisciplinare.

Sebastiano del Piombo - San Luigi di Tolosa

Sebastiano del Piombo – San Luigi di Tolosa

La chiesa di San Bartolomeo, immersa nel cuore della Venezia mercantile e internazionale, è stata scelta come primo oggetto di ricerca per il “denso intreccio di aspetti” (poco studiati) che ne caratterizza l’esistenza dal XI al XIX secolo.

Sebastiano del Piombo - San Sinibaldo

Sebastiano del Piombo – San Sinibaldo

Ricostruita almeno tre volte nel corso della sua storia, secondo la tradizione la chiesa sarebbe stata fondata nell’840 da Marco e Bartolomeo Orseolo e lega le proprie vicende fin dal XIII secolo “a quelle dei gruppi mercantili provenienti dal Sacro Romano Impero”, ospitati fin dal 1220 nel vicino Fontego dei Tedeschi. La calle che unisce l’entrata laterale della chiesa all’ingresso monumentale del Fontego e la pala di Dürer realizzata nel 1506 per la cappella dei suoi connazionali in San Bartolomeo, sono solo alcune prove di questa profonda connessione, tanto che nella Festa del Rosario (oggi alla Galleria Nazionale di Praga) Dürer pare “riflette sul culto di Maria, sulla situazione sociale dei tedeschi a Venezia, sul commercio transalpino, sulla politica internazionale e sul suo ruolo nell’arte”.

rosario

Per i mercanti tedeschi, Venezia era la porta per l’economia mediterranea, crocevia tra il mondo mitteleuropeo e l’Oriente: è quindi facile capire l’interesse per un soggiorno in città. Nelle pertinenze del Fontego si sviluppano poi le attività degli stampatori d’oltralpe, responsabili di avere importato l’arte tipografica a Venezia e rappresentati in particolare da Anton Kolb, editore della prima veduta a volo di uccello della città di Venezia e profondo stimatore del suo artefice, Jacopo De Barbari. Proprio nella chiesa di San Bartolomeo, Luca Pacioli tiene la lezione inaugurale dell’anno scolastico per la Scuola di Rialto (11 agosto 1508), un’anticipazione della pubblicazione del De divina proporzione incentrata sulla “virtù e molteplici applicazioni della proporzione matematica”.

La chiesa di San Bartolomeo e la comunità tedesca a Venezia,

a cura di Natalino Bonazza, Isabella di Lenardo e Gianmario Guidarelli

Marcianum Press, Venezia 2013.

copertina

Un’altra interessante pubblicazione di Marcianum Press è La sfida di Davide e Golia. Un capolavoro di Tiziano restaurato. Scrive Monsignor Meneguolo nell’introduzione: “La sera di sabato 29 agosto 2010, quando al tramonto il cielo attorno alla cupola della Salute si tinse di rosso per i bagliori sprigionati dal tetto in restauro dell’ala del Seminario Patriarcale soprastante la sacrestia della Salute, si temette che un’altra tragedia, come quella di un decennio prima con l’incendio della Fenice, stesse per abbattersi sulla martoriata città…”. Il volume riporta le fasi del restauro del capolavoro di Tiziano, salvato dal fuoco ma danneggiato dall’acqua dello spegnimento dell’incendio. Tiziano lo dipinse nel 1544 per la chiesa dell’isola di Santo Spirito assieme al Sacrificio di Abramo, Caino e Abele e agli otto tondi con i Dottori della chiesa e gli Evangelisti. Nel 1656 l’ordine dei canonici agostiniani fu soppresso e l’opera, assieme ad altre, fu trasferita a Santa Maria della Salute.

la sfida di davide e golia

Olympia

“L’algida Olympia sfida Venere: chi è la più sensuale?” Bella domanda! Questo è il titolo dell’articolo di Carlo Alberto Bucci a p. 134 del Venerdì 19 Aprile. Senz’altro quella di Manet, vestita di scarpe, appoggiate col tacco su di uno scialle ricamato a rose dove un gatto nero con gli occhi infiammati la protegge come un guerriero rinascimentale; un braccialetto, un nastrino nero al collo, un fiore sfatto sui capelli tirati da un lato. La “Mommy” le porge con la destra un mazzo variopinto mentre regge sulla sinistra gli inutili vestiti. Lo scandalo al Salon parigino del 1865 è approdato a Palazzo Ducale il 24 aprile dove affascinerà i fortunati visitatori fino al 18 agosto abbandonando per la prima volta la prigione del Musée d’Orsay.  Le fa da contro altare la venere di Tiziano del 1538 che Manet copiò ad Urbino nel 1857 e decise di farla rinascere ritraendo l’odalisca Victorine Meurent.

Venere

Curata da Stéphane Guégan, con la direzione artistica di Guy Cogeval e Gabriella Belli e con il progetto allestitivo di Daniela Ferretti “Manet. Ritorno a Venezia” è la prima grande mostra italiana dedicata al genio di Edouard Manet. L’itinerario dell’esposizione ripercorre attraverso capolavori tutta la vita artistica di Manet e si apre con una serie di libere interpretazioni di antichi dipinti, affreschi e sculture che ha visto durante i suoi primi viaggi in Italia nel 1853, dove soggiorna anche a Venezia, e nel 1857. “Le Balcon” si affianca alle “Due dame veneziane” realizzato da Vittore Carpaccio nel 1495 in cui l’atteggiamento della donna appoggiata alla balaustra ha la stessa posa annoiata e lo sguardo perso nel vuoto di quella che Manet ha dipinto quattrocento anni dopo.

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le due dame

Il percorso espositivo si divide in nove sezioni: “L’Italia di Manet” in cui si rivela l’influenza dell’arte italiana, “I destini di Venere” dove si sottolinea il ruolo della pittura veneziana del Cinquecento nella sua ispirazione, “Nord/Sud – Nature Morte”, “La solitudine di Gesù”, “Una Spagna molto ibrida”, “Tra musica e teatro”, “Parnaso contemporaneo”, “Manet pittore della società”, “Il mare all’infinito”. La mostra nasce dalla necessità di un approfondimento critico sui modelli culturali che ispirarono il giovane Manet.

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MANET. RITORNO A VENEZIA

dal 24 al 18 agosto 2013, Palazzo Ducale.

Un’interessante anteprima della Biennale: la mostra “Vedova Tintoretto”, dal 24 maggio alla Scuola Grande di San Rocco, due grandi veneziani che a distanza di secoli si abbracciano. L’iniziativa fa parte di “Vedova plurimo”, sei mostre simultanee che rileggono l’opera di Emilio Vedova e sottolineano il legame della sua arte con la sua città natale. Il Museo Correr ospita“Chi brucia un libro brucia un uomo” del 1993, al piano terra di Ca’ Pesaro sono visibili due “Plurimi” del 1964-65; a Ca’ Rezzonico tre “Frammenti” mentre dal 28 maggio al salone delle Zattere si avvia la mostra “Roy Lichtestein Sculptor” e, a pochi passi, “Emilio Vedova…I cosiddetti carnevali…”, una trentina di lavori quasi tutti inediti. Mi congratuolo con la Fondazione Emilio Vedova che, presieduta dall’avvocato Alfredo Bianchini e con la direzione artistica di Germano Celant e Daniela Ferretti ha promosso queste belle iniziative.

Ritratto di Vedova, Gianni Berengo Gardin

Ritratto di Emilio Vedova. Foto di Gianni Berengo Gardin.

Con “Vedova Tintoretto” la Scuola Grande di San Rocco ha deciso di aprire un dialogo permanente con il contemporaneo esponendo fino al 3 novembre accanto alle gigantesche tele di Tintoretto gli studi di Vedova a esse ispirati.

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Tintoretto, autoritratto. Louvre.

Vedova scopre San Rocco a 14 anni e rimane folgorato da Tintotetto che vi ha lavorato praticamente tutta la vita, dal 1564 al 1588  in tre periodi: dal ’64 al ’67 realizza le 27 tele del soffitto e delle pareti della Sala dell’Albergo; dal ’76 all’81 le 25 tele del soffitto e delle pareti della Sala Superiore; dall’82 all’87 gli otto teleri della Sala Terrena. I tre periodi si leggono benissimo così come il magico finale delle due opere nell’ingresso: l’”Adorazione dei pastori” e la “Santa Maria Egiziaca” dove l’arte si trasfigura in poesia.

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Tintoretto, Crocifissione. Scuola Grande di San Rocco, Venezia.

Possiamo dire che Vedova sia stato colpito dalla forza, dall’intensità e dal misticismo del pittore che nel 1564 ha aperto le porte alla modernità. Le tensioni lineari di Emilio interpretano le tensioni emotive di Jacopo, in modo evidente nella “Crocefissione” voluta da lui in una sala stretta e lunga dove si ha la sensazione di toccare con mano il dramma che fa esplodere la tela. Occupa l’intera parete di fronte all’ingresso ed è definita da Ruskin al di sopra di ogni commento e di ogni lode; Cristo, isolato e al centro della composizione, si innalza sulla croce al di sopra delle piramidi dei dolenti, mentre ai lati si accalca la folla degli spettatori, agitata dal trascorrere vario e instabile della luce. Devo alla stampa dei Carracci (1582), con le annotazioni di mano del pittore trovata secoli fa in un robivecchi, l’aver capito le sue drammatiche tensioni.

Agostino Carracci, Jacopo Tintoretto, Bulino, 1589

Annibale Carracci su disegno di Jacopo Tintoretto. Bulino, 1589.

Ho conosciuto Vedova secoli fa, appena tornata a Venezia dalla Sinistra Piave, dove avevo passato il periodo della guerra. Mi divertivo ad attraversare in traghetto il Canal Grande all’altezza della punta della Dogana, per me uno dei punti più sognati di Venezia. Mi raccontava che ragazzina, mentre scendevo dalla gondola, all’arrivo di un’ondata che mi avrebbe fatto finire in acqua, mi aveva salvato dal bagno prendendomi in braccio; dovevo proprio essere buffa mentre mi divincolavo dall’omone con la barba e i capelli lunghi, in una tutta blu, tutta macchiata, esterrefatto dalle mie irrepetibili parolacce in dialetto imparate da piccolissima dai contadini che portavano il prosecco in cantina. Nelle giornate di sole andavo a mangiare sulla loro altana e riconoscevo i gorghi  del canale della Giudecca nei suoi Cerchi.

Vedova nel suo studio

Vedova nel suo studio. Foto di Gianni Berengo Gardin.

Modernità minoica

Pubblicato: maggio 3, 2013 in Uncategorized

Il 30 marzo, al Queen Sofia Spanish Institute di New York, si è chiusa la mostra “Fortuny y Madrazo, an artistic legacy” curata da Oscar de la Renta. L’esposizione ha avuto un enorme successo: ne hanno parlato tra gli altri il New York Times, il Wall Street Journal e il Financial Times che ha pubblicato una foto dei kimono e delle stoffe usate da Fortuny di Mickey Riad, mio grande amico e attuale proprietario con il fratello della fabbrica Fortuny in Giudecca di cui sto restaurando il giardino assieme a Ilaria Forti.

kimono

Qualche tempo fa, ho ricevuto il libro di Ilaria Caloi “Modernità Minoica, l’arte Egea e l’Art Nouveau: il caso di Mariano Fortuny y Madrazo”. Scrive Filippo Maria Carinci nella prefazione:

Questo libro è frutto di un lavoro attento e tenace su un terreno tutt’altro che semplice, in cui le competenze dell’archeologo si sono confrontate con altre esperienze di ricerca facendone tesoro. E’ un contributo che mette in piena evidenza non solo gli interessi di Fortuny verso il mondo minoico, ma anche il processo attraverso il quale tali interessi si sono tradotti (…) all’interno di una produzione di arte applicata come quella tessile”.

Il volume è diviso in tre parti: la prima è dedicata alla scoperta della civiltà minoica nel XX secolo grazie agli scavi archeologici, la seconda delinea i tratti salienti della cultura europea del secolo passato, una terza indaga per la prima volta in modo sistematico l’approccio di Fortuny alla civiltà minoica e la produzione tessile a essa ispirata.

l’arte parietale del Tardo Bronzo recuperata ad Haghia Triada

l’arte parietale del Tardo Bronzo recuperata ad Haghia Triada

Le prove di stampa con motivi di ispirazione minoica attualmente note sono all’incirca una decina e al Museo Fortuny di Venezia si conservano frammenti di tessuto su cui si ha l’impressione di motivi minoici impiegati per stampare i celebri scialli Knossos, presentati per la prima volta a Berlino nel 1907. Fortuny prende dal mondo greco e minoico anche il marchio da apporre sulle etichette dei suoi prodotti, una moneta cretese col labirinto, e il logo della sua ditta di produzione tessile, un fiore di papiro minoico:

l’elemento vegetale viene trasformato allungando lo stelo in un movimento sinuoso, cui si adattano pure le foglie, mentre la corolla viene arricchita di elementi ornamentali”.

In questa re-interpretazione moderna della natura minoica, l’oggetto naturale viene trasposto, estrapolato e inserito in un nuovo contesto, quasi ideale e irreale, al punto che lo stesso motivo di ispirazione naturale sembra snaturarsi e diventare semplicemente esornativo”.

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Per gli elementi fitomorfi, Fortuny sceglieva il repertorio iconografico minoico di vasi e affreschi, come l’arte parietale del Tardo Bronzo recuperata ad Haghia Triada (fig. 8a). Gigli, iris e orchidee sono i fiori più frequentemente riprodotti, gli stessi che ho piantato nel giardino della Fabbrica Fortuny durante il restauro il cui filo conduttore progettuale è stato quello di portare all’”esterno” i motivi floreali delle stoffe della collezione.

In quest’ottica, i fiori scelti per il ripristino e la riqualificazione del giardino richiamano le fantasie dei celebri tessuti. La simbologia dei fiori scelti rimanda alle caratteristiche tipiche dell’opera di Mariano Fortuny. La bellezza, la perfezione, la delicatezza e la grazia di camelie e rose rispecchiano pienamente il gusto per dettaglio portando un’assonanza tra interno ed esterno, tra spirito e natura, tra tessuti e luogo. Gli interventi previsti in questa prima fase del progetto di recupero, sono stati possibili anche grazie alla bravura del giardiniere Robert Takov e alla devozione di alcuni impiegati della Fabbrica Fortuny (Samuel Tiozzo, Arben Vyzaj, Jonathan Boscolo, Paolo Scatto, Gimmy Passarella) che in pochi mesi sono riusciti a riportare il giardino agli antichi splendori.

copertina libro

IL LIBRO

Modernità Minoica. L’arte Egea e l’Art Nouveau: il caso di Mariano Fortuny y Madrazo di Ilaria Caloi, Firenze University Press 2011

LA MOSTRA

“Fortuny y Madrazo, an Artistic Legacy”

Queen Sophia Spanish Institute

New York

 30 novembre  – 30 marzo