Due grandi Veneziani si ritrovano a distanza di secoli

Pubblicato: maggio 22, 2013 in Uncategorized

Un’interessante anteprima della Biennale: la mostra “Vedova Tintoretto”, dal 24 maggio alla Scuola Grande di San Rocco, due grandi veneziani che a distanza di secoli si abbracciano. L’iniziativa fa parte di “Vedova plurimo”, sei mostre simultanee che rileggono l’opera di Emilio Vedova e sottolineano il legame della sua arte con la sua città natale. Il Museo Correr ospita“Chi brucia un libro brucia un uomo” del 1993, al piano terra di Ca’ Pesaro sono visibili due “Plurimi” del 1964-65; a Ca’ Rezzonico tre “Frammenti” mentre dal 28 maggio al salone delle Zattere si avvia la mostra “Roy Lichtestein Sculptor” e, a pochi passi, “Emilio Vedova…I cosiddetti carnevali…”, una trentina di lavori quasi tutti inediti. Mi congratuolo con la Fondazione Emilio Vedova che, presieduta dall’avvocato Alfredo Bianchini e con la direzione artistica di Germano Celant e Daniela Ferretti ha promosso queste belle iniziative.

Ritratto di Vedova, Gianni Berengo Gardin

Ritratto di Emilio Vedova. Foto di Gianni Berengo Gardin.

Con “Vedova Tintoretto” la Scuola Grande di San Rocco ha deciso di aprire un dialogo permanente con il contemporaneo esponendo fino al 3 novembre accanto alle gigantesche tele di Tintoretto gli studi di Vedova a esse ispirati.

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Tintoretto, autoritratto. Louvre.

Vedova scopre San Rocco a 14 anni e rimane folgorato da Tintotetto che vi ha lavorato praticamente tutta la vita, dal 1564 al 1588  in tre periodi: dal ’64 al ’67 realizza le 27 tele del soffitto e delle pareti della Sala dell’Albergo; dal ’76 all’81 le 25 tele del soffitto e delle pareti della Sala Superiore; dall’82 all’87 gli otto teleri della Sala Terrena. I tre periodi si leggono benissimo così come il magico finale delle due opere nell’ingresso: l’”Adorazione dei pastori” e la “Santa Maria Egiziaca” dove l’arte si trasfigura in poesia.

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Tintoretto, Crocifissione. Scuola Grande di San Rocco, Venezia.

Possiamo dire che Vedova sia stato colpito dalla forza, dall’intensità e dal misticismo del pittore che nel 1564 ha aperto le porte alla modernità. Le tensioni lineari di Emilio interpretano le tensioni emotive di Jacopo, in modo evidente nella “Crocefissione” voluta da lui in una sala stretta e lunga dove si ha la sensazione di toccare con mano il dramma che fa esplodere la tela. Occupa l’intera parete di fronte all’ingresso ed è definita da Ruskin al di sopra di ogni commento e di ogni lode; Cristo, isolato e al centro della composizione, si innalza sulla croce al di sopra delle piramidi dei dolenti, mentre ai lati si accalca la folla degli spettatori, agitata dal trascorrere vario e instabile della luce. Devo alla stampa dei Carracci (1582), con le annotazioni di mano del pittore trovata secoli fa in un robivecchi, l’aver capito le sue drammatiche tensioni.

Agostino Carracci, Jacopo Tintoretto, Bulino, 1589

Annibale Carracci su disegno di Jacopo Tintoretto. Bulino, 1589.

Ho conosciuto Vedova secoli fa, appena tornata a Venezia dalla Sinistra Piave, dove avevo passato il periodo della guerra. Mi divertivo ad attraversare in traghetto il Canal Grande all’altezza della punta della Dogana, per me uno dei punti più sognati di Venezia. Mi raccontava che ragazzina, mentre scendevo dalla gondola, all’arrivo di un’ondata che mi avrebbe fatto finire in acqua, mi aveva salvato dal bagno prendendomi in braccio; dovevo proprio essere buffa mentre mi divincolavo dall’omone con la barba e i capelli lunghi, in una tutta blu, tutta macchiata, esterrefatto dalle mie irrepetibili parolacce in dialetto imparate da piccolissima dai contadini che portavano il prosecco in cantina. Nelle giornate di sole andavo a mangiare sulla loro altana e riconoscevo i gorghi  del canale della Giudecca nei suoi Cerchi.

Vedova nel suo studio

Vedova nel suo studio. Foto di Gianni Berengo Gardin.

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