Archivio per ottobre, 2014

I had the pleasure to meet Celia Latz and her mother during one of my garden tours and discovered her Venetian garden in Indianapolis.

When Celia bought her house in September 2012, the back yard was a rectangle of scorched grass.

She designed a simple layout with pebble paths, a little fountain in the middle, and 4 quadrants where she planted peonies, hydrangias, roses, and other flowers. Two years and a half later in the garden bloom tomatoes, zucchini, vegetables that enriches lunches and dinners of the owner, lots of herbs and box wood in the corners.

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The abundance of space in Indianapolis yards is often taken for granted or considered a nuisance… something that must be mowed, watered, and sprayed with “RoundUp”…a toxic weed killer.

Celia refuse to use toxic weed killers, and so far she has resisted hiring gardeners, knowing a garden requires a lot of attention, and neglecting is not an option. The lion of St. Marks overlooking the garden transforms the green space in a real Venetian garden!

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I met Fiorella Caroti while she was walking in Venice, in the area of my “external garden” where she was strike by my Mermeid roses; I was trimming the creepers and my feet were immersed in dry leaves. In such a way I discovered Fiorella’s enchanting garden in Pietra de’Giorgi (PV).

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The garden is less than 300 square meters at 310 meters above sea level, facing south, south-west with a limestone and clay soil. Fiorella’s garden is eight years old and before of it there were only a laurel oak, two ailanthus, two figs and a piraconthea: the rest was small bush, ugly shrubs and some old fruit trees. Now there are about 300 different species, each planted in a specific place.

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Almost all plants are perennials, resistant to cold and freeze. The pink Mermeid Rose hugs the corner of the house, rising above the first floor windows, overlooking the road with an arch shape, threatening the passage of tractors.

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Due intriganti giardini di nuove amiche: uno a Indianapolis e uno vicino a Pavia

Ho avuto il piacere di spupazzare Celia Latz e sua madre facendo loro visitare alcuni dei miei giardini segreti e di scoprire così un giardino veneziano a Indianapolis.

Quando Celia ha comprato la sua casa a Indianapolis, nel settembre 2012, il cortile era un rettangolo di erba bruciata. Ha progettato un semplice layout con sentieri di ghiaia, una piccola fontana al centro, e quattro quadranti dove sono state piantate peonie, hydrangias, rose e altri fiori. Due anni e mezzo dopo, il giardino è diventato rigoglioso e maturo: ci crescono pomodori, zucchine, erbe aromatiche e bossi negli angoli.

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A differenza dei giardini veneziani, l’abbondanza di spazio verde nelle case di Indianapolis è spesso data per scontata o considerato un fastidio… qualcosa che deve essere falciato, innaffiato, e spruzzato con il “Roundup” … un diserbante tossico.

Coraggiosamente, Celia si è rifiutata di utilizzare diserbanti tossici, e finora ha resistito nell’assumere giardinieri, sapendo che un giardino richiede molta attenzione, e trascurarlo non è un opzione. Il leone di San Marco che si affaccia sul giardino, trasforma lo spazio verde in un vero e proprio giardino veneziano!

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Mi sono imbattuta Fiorella Caroti mentre passeggiava a Venezia nei dintorni del mio giardino esterno dove è stata colpita dalle mie Mermeid, mentre io potavo i rampicanti con i piedi immersi nelle foglie secche. Mi sono così innamorata del suo incantevole giardino a Pietra de’ Giorgi (PV).

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Il terreno calcareo e argilloso, non supera i 300 metri quadri; esposto a sud, sud-ovest, è situato a 310 metri di altitudine. In otto anni uno spazio con un alloro, due ailanthus, due fichi e la piraconthea inseriti in una resto era sterpaglia di brutti arbusti e alberelli da frutta invecchiati è diventato un prezioso giardino con  300 specie in luoghi precisi scelti miracolosamente dalle piante stesse.

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Sono quasi tutte piante resistenti al freddo, perenni, che si arrangiano da sole. La rosa Mermeid abbraccia l’angolo della casa, sale oltre le finestre del primo piano e si spinge ad arco sulla strada, minacciando i trattori di passaggio.

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La Grande Guerra

Pubblicato: ottobre 20, 2014 in Uncategorized

13 mila anni fa, 11 mila anni avanti Cristo: è questa la prima guerra dell’umanità, nella zona tra il Sahara e la riva est del Nilo (Sudan). Gli esperti dell’Università di Bordeaux scoprono su quelle ossa e su quei teschi, oggi conservati nell’ala egiziana del British Museum, i segni provocati da dardi appuntiti lanciati da lunga distanza.

La storiografia italiana sulla prima guerra mondiale ha in Mario Isnenghi un punto di riferimento assoluto, che afferma ne La Nuova di lunedì 28 luglio 2014:

“la Prima guerra mondiale ha una congerie di inizi perché è stata un insieme di guerre diverse”.

La trincea scolpita dai soldati nello Chemin des Dames

Varie iniziative in Europa ricordano il centenario di quel 2 agosto 1914 in cui si aprì la voragine della Grande Guerra: ognuno ha il suo forte, il suo reggimento, la sua battaglia, una bibliografia che si autoalimenta, fatta da piccoli editori che possono contare su un continuo e nuovo flusso di studiosi profondamente radicati sul territorio. Scrive Dario Biocca ne Il Sole 24 Ore dell’8 giugno 2014:

“Gli storici hanno cominciato a studiare la guerra nel 1914, non appena questa finì, nel novembre 1918. Non era però una “autentica” storiografia; molti autori erano reduci, soldati o ufficiali, e con i loro studi vollero ribadire le responsabilità degli imperi centrali. Era una storia patriottica, aspra, ispirata dal tribunale dei vincitori”.

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Oggi la Grande Guerra purtroppo è diventata un “prodotto turistico, grande opportunità per allargare l’orizzonte culturale delle proposte made in Italy, dove i luoghi della memoria sono visti in una prospettiva di marketing territoriale capace di sostenere le attività turistiche” (Renato Malaman, La Nuova, 15 maggio 2014).

Nel 1914 si è rotto un equilibrio mondiale che permaneva dal Congresso di Vienna; da allora, come spiega Lucio Caracciolo, non vi è più stato nessun ordine europeo (La Nuova, 8 maggio 2014). Fu una guerra totale, con l’impiego di armi nuove e più micidiali, le operazioni belliche di terra bruciata, le azioni di pulizia etnica, la potenza della propaganda: un evento apocalittico.

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“Nella selva, cimiteri infiorati di crocette di legno. Ho una paura invincibile e barcollo. Adesso il rombo continua alternato con alcune granate in arrivo. Ho paura. Ho paura” (A. Zapponi).

“Passando dal posto di medicazione, vedo il tenete Pappalepore, a cui rivolgo poche parole di incoraggiamento. Questi, alzando gli occhi e veduto moltissimi soldati d’artiglieria che se ne stavano ivi rifugiati, mi dice: Leto, Leto. Spara a questi vigliacchi che hanno abbandonato i pezzi. Io incomincio a buttare tutti fuori dalla galleria, minacciandoli con una rivoltella in pugno e ordinando loro di tornare ai pezzi”. (Paolo Gaspari, Le bugie di Caporetto, la fine della memoria dannata)

A Venezia vengono scaricate oltre mille bombe nelle 42 incursioni nemiche, raccontate da 350 immagini originali provenienti dall’Archivio Storico Fotografico dei Musei Civici ed esposte in mostra alla Casa dei Tre Oci alla Giudecca, “Venezia si difende 1915-1918”.

Venezia, soldati di vedetta su un'altana, stampa alla gelatina, 1915 1918 © Fondazione Musei Civici di Venezia

Più passa il tempo, più ci rendiamo conto che la Prima Guerra Mondiale è stata all’origine di tutti i nostri mali. Nel 1914 erano esattamente cento anni, dal tempo di Waterloo, che in Europa non si combatteva. L’Ottocento è stato un secolo inglese, come il Settecento francese e il Novecento americano (Stefano Malatesta, la Repubblica, 9 maggio 1914).

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Dal 4 Ottobre all’8 Marzo 2015 a Palazzo Fortuny si terrà la mostra “La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati tra Simbolismo e Futurismo” su ideazione di Daniela Ferretti, a cura di Fabio Benzi e Gioia Mori.

Le eccentriche del ‘900 furono lo specchio del crescente desiderio femminile di dimostrare al mondo di avere una personalità unica che non ammetteva confini; fantasia sfrenata e bizzarria aristocratica, spregiudicatezza e travestimenti, narcisismo e provocazione: questo era la Marchesa Casati.

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Dinnanzi al suo fascino e ai suoi favori s’inchinarono pittori, scultori, fotografi: Alberto Martini, Augustus Edwin, John, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Kees Van Dongen, il barone Adolph de Meyer, Cecil Beaton. Ma anche Romaine Brooks, Ignacio Zuloaga, Jacob Epstein, Man Ray che la immortalarono molte volte.

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La mostra a Palazzo Fortuny si dipana negli ambienti della casa dell’amico Mariano che Luisa era solita frequentare. Tra 1910 e 1920, a Venezia soggiorna a Palazzo Venier dei Leoni, da lei acquistato nel 1910 e fatto dipingere rigorosamente in bianco e nero, con abbondanza di dorature che usava anche per i suoi paggi, che ai ricevimenti si presentavano vestiti soltanto di foglia d’oro. Due scimmie con il collare di diamanti un ghepardo, merli albini ai quali fa colorare le piume a seconda dell’estro del giorno, scimmie, pappagalli, gattopardi, tigri e un boa constrictor, fedele compagno dei suoi viaggi le tenevano compagnia in casa mentre le feste animavano il giardino, spandendosi fino a Piazza San Marco, affittata ogni anno dalla Divina Marchesa per i suoi intrattenimenti privati. Per non fare entrare la folla si serve di energumeni vestiti solo di un panno rosso e legati l’uno all’altro da una catena d’oro. Per me queste sono le feste più affascinanti.

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I ritratti esposti ne omaggiano la bellezza e quegli “occhi lenti di giaguaro che digerisce al sole la gabbia d’acciaio divorata” ammirati da Marinetti e amati da D’Annunzio che la considerava alla pari di un alterego: fatale e implacabile, la Korè regina degli inferi:

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O Coré, inafferrabile come un’ombra dell’Ade e desiderabile come “il frutto coronato”, tu sai che il mio studio di te assiduo dura dal tempo delle cacce lombarde, quando il Ticino improvvisamente apparito dinanzi ai galoppi sembrava ti avvolgesse come una sciarpa azzurrina a te offerta dalla brughiera color di bronzo mal dorato. E il mio studio ha il senso latino. Ardere studio dicevano i Latini per ardere di attenzione e di brama.

E’ del 1912 il ritratto della Casati che giunge dal Centre Pompidou, firmato da Léon Bakst, il costumista dei Ballets russes che crea per la marchesa scenografici abiti per le feste più mondane.

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Una passione per i mascheramenti che ritroviamo nel ritratto con piume di pavone di Boldini del 1911-1913 (Roma, Gnam) e nelle due opere che ricordano l’interpretazione della Casati di Cesare Borgia (1925) e di un capo pellerossa (1927), realizzate a grandezza naturale da Alberto Martini.

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Delle diverse sculture di Boccioni di proprietà della Marchesa, è esposta Dinamismo di un cavallo in corsa + case del 1915, che – per un curioso gioco del destino – è oggi conservata a Palazzo Venier dei Leoni.

La vita sfrenata della Divina Marchesa termina nel 1957 in un monolocale di Knightsbridge, dove muore dopo aver accumulato debiti per circa 40 milioni di dollari in valuta attuale.

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