La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati tra Simbolismo e Futurismo

Pubblicato: ottobre 3, 2014 in Uncategorized

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Dal 4 Ottobre all’8 Marzo 2015 a Palazzo Fortuny si terrà la mostra “La Divina Marchesa. Arte e vita di Luisa Casati tra Simbolismo e Futurismo” su ideazione di Daniela Ferretti, a cura di Fabio Benzi e Gioia Mori.

Le eccentriche del ‘900 furono lo specchio del crescente desiderio femminile di dimostrare al mondo di avere una personalità unica che non ammetteva confini; fantasia sfrenata e bizzarria aristocratica, spregiudicatezza e travestimenti, narcisismo e provocazione: questo era la Marchesa Casati.

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Dinnanzi al suo fascino e ai suoi favori s’inchinarono pittori, scultori, fotografi: Alberto Martini, Augustus Edwin, John, Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Kees Van Dongen, il barone Adolph de Meyer, Cecil Beaton. Ma anche Romaine Brooks, Ignacio Zuloaga, Jacob Epstein, Man Ray che la immortalarono molte volte.

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La mostra a Palazzo Fortuny si dipana negli ambienti della casa dell’amico Mariano che Luisa era solita frequentare. Tra 1910 e 1920, a Venezia soggiorna a Palazzo Venier dei Leoni, da lei acquistato nel 1910 e fatto dipingere rigorosamente in bianco e nero, con abbondanza di dorature che usava anche per i suoi paggi, che ai ricevimenti si presentavano vestiti soltanto di foglia d’oro. Due scimmie con il collare di diamanti un ghepardo, merli albini ai quali fa colorare le piume a seconda dell’estro del giorno, scimmie, pappagalli, gattopardi, tigri e un boa constrictor, fedele compagno dei suoi viaggi le tenevano compagnia in casa mentre le feste animavano il giardino, spandendosi fino a Piazza San Marco, affittata ogni anno dalla Divina Marchesa per i suoi intrattenimenti privati. Per non fare entrare la folla si serve di energumeni vestiti solo di un panno rosso e legati l’uno all’altro da una catena d’oro. Per me queste sono le feste più affascinanti.

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I ritratti esposti ne omaggiano la bellezza e quegli “occhi lenti di giaguaro che digerisce al sole la gabbia d’acciaio divorata” ammirati da Marinetti e amati da D’Annunzio che la considerava alla pari di un alterego: fatale e implacabile, la Korè regina degli inferi:

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O Coré, inafferrabile come un’ombra dell’Ade e desiderabile come “il frutto coronato”, tu sai che il mio studio di te assiduo dura dal tempo delle cacce lombarde, quando il Ticino improvvisamente apparito dinanzi ai galoppi sembrava ti avvolgesse come una sciarpa azzurrina a te offerta dalla brughiera color di bronzo mal dorato. E il mio studio ha il senso latino. Ardere studio dicevano i Latini per ardere di attenzione e di brama.

E’ del 1912 il ritratto della Casati che giunge dal Centre Pompidou, firmato da Léon Bakst, il costumista dei Ballets russes che crea per la marchesa scenografici abiti per le feste più mondane.

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Una passione per i mascheramenti che ritroviamo nel ritratto con piume di pavone di Boldini del 1911-1913 (Roma, Gnam) e nelle due opere che ricordano l’interpretazione della Casati di Cesare Borgia (1925) e di un capo pellerossa (1927), realizzate a grandezza naturale da Alberto Martini.

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Delle diverse sculture di Boccioni di proprietà della Marchesa, è esposta Dinamismo di un cavallo in corsa + case del 1915, che – per un curioso gioco del destino – è oggi conservata a Palazzo Venier dei Leoni.

La vita sfrenata della Divina Marchesa termina nel 1957 in un monolocale di Knightsbridge, dove muore dopo aver accumulato debiti per circa 40 milioni di dollari in valuta attuale.

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