Archivio per ottobre, 2015

Il primo olio veneziano

Pubblicato: ottobre 28, 2015 in Uncategorized

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“L’Hotel Marriott, grazie alla collaborazione con la Cooperativa Reizia di Cappella Maggiore (TV), ha riportato in vita l’uliveto secolare dell’isola delle rose per anni rimasto incolto. (…) L’uliveto è composto da circa cento piante, le più giovani risalenti ai primi del ‘900.  La produzione del primo olio veneziano si concentrerà su un mix di varietà autoctone e la fase di lavorazione avverrà nei frantoi della Cooperativa Reizia. (…) La raccolta ha per ora prodotto circa duecento litri di olio e ora l’Hotel Marriott intende dare spazio a questa realtà”.

La Nuova,  mercoledì 28 ottobre 2015

Finalmente le isole così importanti per la salvezza della laguna vengono riscoperte e riutilizzate!

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Ecco come avevo trovato l’isola nel 1988, durante le mie ricerche per il libro “Le isole della Laguna di Venezia, un universo inesplorato” con fotografie di Gianni Berengo Gardini:

Sacca Sessola, in posizione defilata rispetto ai canali di transito, si riconosce da lontano per la caratteristica torre dell’acqua sostenuta da un’aerea struttura in cemento armato. Le si stringono intorno. compatti, gli edifici in posizione rialzata, circondati da un lussureggiante anello verde. 

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L’isola, a sud della Giudecca, è vicina a Venezia e raggiungibile sia dalla punta occidentale della Giudecca che dal Bacino di San Marco, lasciando sulla sinistra San Clemente. Entrambi ì percorsi sono ben navigabili, senza problemi dì fondali, individuati da bricole e dame agli incroci. Fino all’abbandono nel 1979 l’isola, adibita ad ospedale pneumologico. era servita da mezzi pubblici regolali.

Tutti gli accessi si affacciano sul profondo canale a nord: una darsena principale, un approdo con pontile al quale attraccava il vaporetto, e due cavane di servizio poste ad ovest. Sacca Sessola è isola dì formazione recentissima, la più grande e la meglio conservata ira quelle non utilizzate. Deriva il nome dalla sua forma e dalla sua origine: sessola è un grosso cucchiaio in legno usato per svuotare la sentina della barca: sacca è il deposito di fanghi, provenienti nel nostro caso dall’escavo del Porto della Marittima. Il primo nucleo risale al 1870. L’isola, utilizzata dapprìma come deposito di petroli per la Marittima, trasferiti questi a Santa Marta nel 1877, fu adibita ad usi agricoli per la sua particolare fertilità.

Nel 1909 vi sorge un ospedale per malattie infettive che s’ingrandisce talmente da poter ospitare, durante la prima guerra mondiale, più di mille persone tra malati e prigionieri. L’ospedale, chiuso per un certo periodo e ristrutturato, nel 1920 diventa sanatorio. Nel 1921 vi si aggiunge la chiesa neo-romanica, ancor oggi, sebbene ben sprangata, ornata di tutti i suoi arredi, dalle panche, alla tovaglia sull’altare, alle immagini della Via Crucis, ad una serie incredibile di figurine di presepio, come abbandonata in tutta fretta per una fuga improvvisa.

Nel 1936 viene costruito un nuovo complesso sanatoriale capace di 4-40 letti, inaugurato da Vittorio Emanuele III, così moderno da rimanere in funzione fino al 1979.

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Arrivando colpisce la mole della costruzione principale, già riservata ai malati, che nelle sue linee essenziali dà l’illusione di essere ancora in perfetta efficienza. Il padiglione, bella architettura razionalista, di forma allungata, si snoda su tre piani, incorniciato da una foggia aperta ad arcate continue e si protende verso Venezia con un corpo ad aggetto con scalinate e terrazze degradanti, ancor oggi coltivate a rose, che scendono verso la darsena principale, mentre a sud la visuale abbraccia un parco ad alberi gigante-sebi e la laguna fino ai suoi margini.

Le serrande dell’edificio sono ermeticamente chiuse; la centrale termica, la cabina di trasformazione elettrica, le officine, il deposito di combustibile e il serbatoio dell’acqua con la trasparente scala a chiocciola, i magazzini con le attrezzature necessarie, gru e pompe, sono silenziosi ed arrugginiti.

Un cespuglio che si affaccia sull’acqua nasconde un gruppo di barche abbandonate. Penetrando nell’isola, attraversato un altro giardino a viali ombreggiati da giganteschi tassi, al limite destro del parco ci si imbatte negli alloggi del personale. la chiesa, il padiglione per attività ricreative e la sala cinematografica.

Un capannone, la casa colonica, la stalla e una porcilaia delimitano i quattro ettari che si affacciano ad ovest sulla laguna, già coltivati a primizie ed ortaggi, oggi incolti. La comunità, come anticamente in tutte le isole, formava un nucleo quasi autosufficiente, lavorava e si nutriva di quanto coltivato e prodotto nell’isola.

La posizione privilegiata, i venti di sud che allontanano i miasmi di Marghera. mantengono una temperatura mite che aumenta la fertilità del terreno di riporto la cui salinità, dilavata dalle piogge, favorisce la crescita di primizie e lo sviluppo eccezionale di tutte le piante e, in particolare, di quelle esotiche. Grazie a questo micro-clima e alla fertilità del suolo crescono rigogliosi tigli, paulonie, imponenti cedri deodara ed atlantica; abeti, larici e pini; giganteschi platani, aceri e pioppi. Accanto a ligustri giapponesi, allori, pitosfori, oleandri e calicanti, troviamo palme, cipressi, acube, bossi, peschi giapponesi, ortensie giganti, forsizie ed alberi da frutto, dal mandorlo al caco. Novanta ulivi, cosa eccezionale per questa latitudine, producono ancora olive. Nobili magnolie si distinguono per il luccicare delle foglie, mentre suolo e tronchi sono spesso coperti da un compatto tappeto di rampicanti; alle gradazioni del verde si aggiungono i delicati colori rosati dei tralci di rose inselvatichite. Pesci solitari e ninfee occhieggiano da una vasca immelanconita; lungo il campo di bocce soffici cuscini di edera cresciuti sulle panchine attendono invano gli spettatori di un gioco consueto.

Mentre gli edifici sono vuoti e senza manutenzione, una squadra di operai sega regolarmente l’erba, impedendo ai rovi di proliferare. All’estremo sud un vasto appezzamento è un intrico impenetrabile dove, protetti dai rovi, nidificano lucherini e pettirossi, scriccioli e peppole, martin pescatori e cingallegre upupe tordi e cesene.

copertinaGrazie alla mia distratta ignoranza ho scoperto Giovanni Marchiori, autore di uno dei più intriganti rapporti tra interno ed esterno – magia e realtà – di cui Venezia è l’esempio per eccellenza: le sculture e i rilievi della Scuola Grande di San Rocco.

L’affascinante libro di Paola Rossi “Giovanni Marchiori alla Scuola Grande di San Rocco e le altre opere veneziane” (Marsilio, 2014) ricostruisce il profilo artistico dello scultore facendo emergere la bellezza e il valore dei bassorilievi lignei degli armadi della Scuola, fino a ora poco indagati dalla critica. Le opere in legno e in marmo del Marchiori conservate a Venezia sono state catalogate dall’autrice e i nuovi contributi e ricerche hanno reso possibile l’approfondimento sull’attività di questo grande artista.

A San Rocco le sculture esterne e interne, ma soprattutto gli incredibili armadi, così moderni per l’epoca, creano pace e serenità, dando vita alla realtà di tutti i giorni facendoci sentire immuni e protetti dal male del mondo. Sono così belle e reali pur creando immaginazioni fantastiche.

L'Angelo appare in sogno a San Rocco

Nello sportello sinistro, ad esempio, Marchiori descrive l’apparizione dell’angelo a Rocco. Il santo si trova a Piacenza dove aveva operato miracolose guarigioni; l’angelo preannuncia che il male avrebbe colpito presto il Santo, esortandolo a sopportare con pazienza la sofferenza inviatagli da dio:

La scena è dominata dalla suggestiva apparizione dell’angelo che non si direbbe rechi un messaggio doloroso tanto serenamente Rocco appare abbandonato al sonno”.

Frissio si accinge a sacrificare l'ariete

Nel catalogo delle opere autografe conservate a Venezia, mi colpisce “Frisso si accinge a sacrificare l’ariete”, proveniente dal parco di una villa di proprietà dei Grimani, un esempio della statuaria da giardino dove Marchiori fornisce prova delle sue doti da intagliatore animalista, ammirate anche all’estero come testimoniano le sculture di Cibele e Saturno per il giardino di Nymphenburg a Monaco di Baviera (1765) o in Russia, al castello di Gatcina per il quale prepara una statua della Pace e il Ratto di Elena.

Nymphenburg

Per le ville e i parchi dei patrizi veneti Marchiori e la sua bottega creano una folla di statue mitologiche (per Villa Pisani a Stra, a Villa Moschini, all’ex-Villa Algarotti a Carpenedo…) e allegoriche, oggi in gran parte disperse. È grazie al contrasto con queste sculture così plastiche, che i giardini prendono vita; chi entra nel luogo verde si pone in dialogo con le statue che ci introducono negli spazi facendoci diventare parte del paesaggio.

San Giovanni Nepomuceno - Fondamenta Labia

Paola Rossi, professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha rivolto la sua attività scientifica all’arte veneta dei secoli XVI-XVIII. E’ autrice di numerose pubblicazioni: alle monografie, saggi e articoli sull’opera di pittori e scultori appartenenti alla cultura artistica del manierismo e del tardo manierismo si aggiungono i contributi sulla pittura e scultura del Seicento e del Settecento.

Giovanni Battista Marchiori alla Scuola Grande di San Rocco e le altre opere veneziane

di Paola Rossi

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Venezia: dalla Padella nella Brace

Pubblicato: ottobre 14, 2015 in Uncategorized

Speravo che con il nuovo sindaco la palude addormentata dell’amministrazione veneziana uscisse dal Nirvana… ma siamo cascati dalla padella nella brace!

Il nuovo sindaco non solo si batte per le navi che entrano in città e devastano il sistema lagunare ma perfino permette i fumi neri che il vento butta davanti alle mie finestre facendomi venire la bronchite.

Nel frattempo l’invasione dei turisti – nel 2015 la città è stata visitata da 30 milioni di persone – non si ferma e il sindaco Brugnaro non fa nulla in aiuto dei veneziani esasperati. Lo scorso febbraio, l’Unesco aveva già diffidato la città, minacciando di farla uscire dall’elenco dei siti protetti. Il faccia a faccia di ieri – martedì 13 ottobre – tra il sindaco e la delegazione venuta a decidere se Venezia rispetta le direttive di salvaguardia è stato un incontro “brusco e con qualche tensione” (La Nuova).

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I bilanci in rosso del Comune e le scelte dell’amministrazione Brugnaro provocano reazioni politiche e sindacali a catena e la Municipalità, ad esempio, risponde NO alla richiesta del sindaco di tagliare il bilancio del 20% mentre i sindacati reputano il lavoro del sindaco “insoddisfacente”. (La Nuova, 14 ottobre).

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Il massimo dell’indecenza è la proposta di vendere dei quadri di proprietà della città; tra questi “Giuditta II” di Klimt e il “Rabbino di Vitebsk” di Chagall. Da Roma arriva la risposta di Franceschini, che pensa sia solo una battuta o una mezza minaccia per ottenere fondi dal patto di stabilità e commenta: “Le norme del Codice dei Beni Culturali per evitare lo smembramento delle collezioni pubbliche e garantire la pubblica fruizione delle opere chiudono il dibattito”. (La nuova, 10 ottobre)

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Dulcis in fundo, ha proibito che la mostra di Gianni Berengo Gardin fosse allestita a Palazzo Ducale:

L’organizzazione della mia mostra sulle grandi navi al negozio Olivetti è uno schiaffo al sindaco Luigi Brugnaro che, negandomi la possibilità di esporre le mie foto a Palazzo Ducale, come era stato concordato con la Fondazione Musei Civici, si è dato la zappa sui piedi da solo. Se infatti l’esposizione fosse stata realizzata come previsto, magari l’avrebbero vista poche centinaia di persone. Così invece ne hanno parlato in tutto il mondo”. (Gianni Berengo Gardin, intervistato ne La Nuova il 25 settembre 2015).

La mostra inaugurerà il 22 ottobre e il sindaco risponde:

I cittadini si rassegnino: le grandi navi entreranno dal canale dei petroli e poi passeranno per il Canale Vittorio Emanuele per raggiungere la Martittima”. (La nuova, 24 settembre 2015).

©Gianni Berengo Gardin courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

©Gianni Berengo Gardin courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Come afferma Giuseppe Tattara, docente di Politica economica all’Università Ca’ Foscari:

Si tratta di una soluzione tecnicamente complessa, distruttiva per l’ambiente e priva di qualsiasi senso economico”. (La nuova, 29 settembre).

Tutti scappano dalla città, Venezia finirà sott’acqua e verrà visitata solo dai subacquei che ne ripescheranno i cocci.

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Venerdì 9 ottobre alle 18:30 ci sarà una messa in ricordo di Maria Teresa Feroldi nella chiesa dei Carmini a Dorsoduro: se si vuole entrare, bisognerà andare molto presto. La coda fuori della porta sarà lunga perché tutti le volevano molto bene. Non c’è bambino guarito con tanta competente dolcezza – anche se il suo aspetto era “ruspego”, frutto di un’innata timidezza. Come me amava le piante e gli animali. Non dimenticherò mai la settimana passata nel suo feudo in Francia Corta. Accolta in un grande stanzone pieno di godurie, coccolata da cani di varie origini, siamo subito sbucate in un vasto orto pieno di piante preziose di cui ho ereditato molti bambini. Dopo una piacevole colazione siamo andati a trovare i suoi amici che ci hanno ricevuto facendoci festa. Mi ricordo in particolare una bella villa in cima alla collina sulla cui pendenza regnavano una quantità viti di uva da tavola, una più fantastica dell’altra.

Maria Teresa non si occupava solo dei bambini ma anche delle vecchiette, era una fata buona di tutta l’area: portava medicine, dava consigli e infondeva sicurezza. Dove passava lei, tutti si tranquillizzavano. Chiunque avesse un problema, trovava modo di risolverlo.

Ultimamente, quando stava male, per evitare che io le chiedessi notizie mi faceva un saluto da lontano e scappava via, non voleva parlare delle sue malore. Ha tirato su i suoi figli in modo meraviglioso, Tai è diventato un bravissimo architetto mentre Ico è il magico“puntell” di Palazzo Pisani Moretta.

Mi manca proprio tanto.