Moira Orfei

Pubblicato: novembre 27, 2015 in Uncategorized

stacks_image_2850Nel 1938 si stava già preparando l’atmosfera per la Guerra, io avevo sette anni, ero molto triste perché la mamma era appena morta a Cortina, dove aveva preso il morbillo da noi bambini; allora non c’era la penicillina e una polmonite l’aveva portata via. Per distrarmi, guardavo nascosta dietro il muro del podere di Orzes il continuo passaggio sulla strada che portava da Agordo a Belluno, unico collegamento col confine Jugoslavo.

Sono rimasta affascinata da un carro trainato da quattro magnifici cavalli con sedute delle bellissime donne con delle sottane di seta, una sopra l’altra, che frusciavano cantando ai movimento del carro.

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Un giorno scendo dalla villa di Orzes e le vedo nel prato davanti a un fuoco dove arrostivano delle pannocchie appena colte nel campo. Scorgendomi arrivare, mi hanno invitato a mangiare con loro: ero in adorazione, non avevo mai visto delle donne così belle con dei vestiti così sgargianti. C’era aria di guerra e stavano tornando a casa. Volevo partire con loro.

Una sera, le ho riviste mentre mangiavano, cantando con i piedi nell’acqua, sedute vicino al torrente Grasal che continuava il confine del podere. Potevo sentire le loro voci e lo scroscio dell’acqua. Il corteo di carri terminava con un baule con le ruote che, curiosa, ho aperto: c’erano alcune coperte imbottite. Nel freddo della notte mi ci sono rifugiata, chiudendo il coperchio e addormentandomi, cullata dalle ruote in movimento. A un certo punto vengo svegliata da un omone puzzolente con barba e lunghi capelli – forse ubriaco – che mi chiede chi sono per riportarmi a casa, ma io zitta. Così mi prende a sberle, costringendomi a dire chi ero. Vengo riporta indietro: per fortuna ad accogliermi c’era solo Zia Marta, ero terrorizzata di quello che sarebbe potuto succedere al mio ritorno; in famiglia erano molto severi. Zia Marta mi ha abbracciato, lavato, rivestito e portata nel suo studio dove ha preso la più grande tela e mi ha ritratto con gli zingari che nel frattempo le avevo descritto. Terminato il quadro, mi ha detto: “Quando vuoi sparire entra nel quadro dove la tua famiglia di zingari ti accoglie”.

Da quel momento la tela mi ha accompagnato in tutte le mie peregrinazioni nel mondo e ancora oggi mi protegge come testiera del letto.

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Ho raccontato questa storia alla mamma di Moria Orfei, la signora Violetta. Moira aveva sette anni come me, eravamo sedute assieme e la sentivo molto vicina. Le ho conosciute quando il circo era a Belluno; la signora Violetta, invece di sgridarmi perché mi ero nascosta nel loro baule, mi ha fatto vedere i cavalli che mi hanno leccato la faccia. Vista la simpatia tra me e le bestie, mi ha portato davanti alle varie gabbie degli animali dove un leone si è lasciato accarezzare la zampa di velluto. La signora Violetta mi ha detto che avrei potuto essere una di loro rendendomi felice!

Da questo episodio mi è rimasto un grande amore per il circo.

Mi ricordo un giorno Federico Zeri che mi ha spiegato con entusiasmo l’importanza del circo come valvola di sfogo: rappresenta la nostra fuga dalla realtà per rifugiarci nel sogno. Tutto questo mi è ritornato in mente leggendo con enorme dispiacere la morte di Moira Orfei la scorsa settimana. La mia amica d’infanzia era diventata un mito: aveva anche lavorato con Mastroianni che negli ultimi tempi aveva eletto la tenuta di Collalto come suo luogo di svago.

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Era una donna imponente, di una tale forza, di un tale impatto, talmente bella come un’icona, una statua vivente, pitturata come se fosse venuta fuori da un museo delle cere.

Non ricordo dove l’avessi vista qualche tempo fa ma lei mi aveva riconosciuto! Con la sua morte il circo sembra svanito dai nostri desideri.

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commenti
  1. isabella reale ha detto:

    bellissimo il quadro della zia Sammartini!

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