Archivio per dicembre, 2015

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È arrivato un bellissimo regalo dall’editore il Mulino: Le leggi fondamentali della stupidità umana di Carlo Maria Cipolla illustrato da Altan che ha aperto la porta a un mondo dimenticato, pieno di persone interessanti. Quando ero ragazzina, passavo molto tempo a fare ricerche nell’Archivio di Stato di Venezia diretto dallo zio “acquisito” Gigi Lanfranchi. Le ore a controllare tutti i faldoni non finivano mai, stavo facendo ricerche per il libro Venetian Architecture of the Early Renaissance con il Professor John McAndrew. Un giorno un amico passa a trovare lo zio Gigi e vengo invitata a colazione alla Colomba; era estate, abbiamo mangiato fuori e i nostri discorsi erano molto vivaci: Carlo M. Cipolla aveva una conversazione effervescente, piena di interesse su un argomento che non conoscevo affatto. Con Cipolla ci siamo visti per un po’, prima che partissi per l’Africa nel 1952 per andare a piantar caffè, lo spupazzavo per Venezia, mangiavamo assieme e grazie a lui ho sentito per la prima volta parlare davvero di economia.

Scritto originariamente in inglese, The Basic Laws of Human Stupidity è stato stampato per la prima volta nel 1976 in edizione numerata e fuori commercio. Il libro compare in italiano solo nel 1988, ristampato dal Mulino nel 2011 e in fine nel 2015 con le illustrazioni di Altan.

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Riguardando il libro, così ironico e piacevole da riuscire a rendere interessante anche la stupidità, mi rendo conto di quante cose ho imparato: tutte le disgrazie che succedono nel mondo accadono per colpa degli stupidi.

Il bandito vuole un «più» sul suo conto. Dato che non è abbastanza intelligente per escogitare metodi con cui ottenere un «più» per sé procurando allo stesso tempo un «più» anche ad altri, egli otterrà il suo «più» causando un «meno» al suo prossimo. Tutto ciò non è giusto, ma è razionale e se si è razionali lo si può prevedere. Si possono insomma prevedere le azioni di un bandito, le sue sporche manovre e le sue deplorevoli aspirazioni e spesso si possono approntare le difese opportune. Con una persona stupida tutto ciò è assolutamente impossibile. Una creatura stupida vi perseguiterà senza ragione, senza un piano preciso, nei tempi e nei luoghi più improbabili e impensabili”.

Occorre tener da conto anche di un’altra circostanza. La persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario di tutti questi personaggi, lo stupido non sa di essere stupido”.

Scriveva Cipolla nell’introduzione:

questo libro si rivolge non agli stupidi ma a quanti hanno a volte l’occasione di avere a che fare con costoro (…). Come disse il filosofo cinese: l’erudizione è la fonte della saggezza universale: ciò non impedisce che essa a volte sia causa di incomprensioni tra amici”.

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Carlo M. Cipolla (1922 – 2000) è stato uno storico italiano specializzato in storia economica. Ha insegnato in Italia e negli Stati Uniti. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati dal Mulino e tradotti in numerose lingue. Mi meraviglio che non se ne parli di più!

Per il Mulino ho recensito anche:

Le Crociate dopo le Crociate di Marco Pellegrini

Erica Jong

Pubblicato: dicembre 10, 2015 in Uncategorized

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Il 21 novembre accendo la televisione: a Otto e Mezzo, Lilli Gruber intervista tre persone tra cui una signora bionda che non mi dice niente. Appena la signora apre bocca e comincia a parlare riconosco la voce inconfondibile di Erica Jong! Tutto quel che dice, corrisponde ai nostri discorsi; Erica veniva spesso a Venezia, ospite di Liselotte Hohs, un’amica di sempre. Ci trovavamo a cena nel bellissimo giardino di Liselotte ed Erica era estremamente intelligente, acuta ma anche buffa. Le piaceva mangiar bene ed era anche una brava cuoca. Chiacchierando ci divertivamo! In un suo articolo del 1986 (“A city of Love and Death: Venice”) Erica Jong apre una finestra sui miei ricordi:

“Miss’ Hohs’s house looks out on one of the most remarkable gardens in Venice, a deep green bower growing on top of what some say is a former cemetery, it is the site of a number of the best parties in Venice”.

Il giardino di Liselotte

Il giardino di Liselotte, foto di Cesare Gerolimetto in “Verde Venezia, i giardini della città d’acqua” 

Erica Jong arriva a Venezia per la prima volta a 19 anni, studentessa di Italiano a Firenze; nel tempo a venire i tanti amici la riporteranno spesso nella nostra città, a cui è anche dedicato il suo “Serenissima”.

Dall’intervista della Gruber capisco che il pensiero di Erica non è cambiato per nulla dall’ultima volta che ci siamo viste. Ironica, formata e scanzonata, si descrive così con le sue stesse parole:

Uso molto la satira. Un autore satirico, alla maniera dei suoi grandi predecessori, usa la satira per scioccare”.

06 Jul 1975 --- 7/6/1975: Head and shoulders photo of a smiling Erica Jong, author of the novel, "The Fear of Flying." --- Image by © Bettmann/CORBIS

Image by © Bettmann/CORBIS

Nella lettura della Repubblica di domenica 15 marzo 2015, la Jong preannuncia l’uscita del suo novo libro, Fear of Dying, pubblicato nella traduzione di Vincenzo Vega per Bompiani. Scrive Enrico Rotelli:

“L’audace portavoce del movimento femminista americano dichiara di scrivere perché crede di avere un messaggio importante, utile a emancipare gli altri. (…) I suoi punti di forza sono l’agilità con cui costruisce l’identità dei protagonisti dei libri e l’onestà con cui da sempre scopre cuore e cervello. Se c’è una cosa di cui Erica Jong non ha paura di rivelare è la propria verità, anche a costo di incrinare le relazioni con amici, parenti e colleghi”.

Fear of Dying

Erica nasce nel 1942 a New York; il cognome di famiglia è Mann mentre Jong è quello acquisito dall’autrice con il secondo dei suoi quattro mariti, lo psicoanalista Allan Jong. Il suo primo romanzo, Paura di Volare (1973) fece epoca e scalpore.

E’ una delle amiche la cui presenza a Venezia mi manca!

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Gillo Dorfles: Essere nel Tempo

Pubblicato: dicembre 3, 2015 in Uncategorized

 

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Non ricordo in che edizione della Biennale mi era stato dato uno spazio per organizzare una mostra ai Giardini; rappresentavo la Scozia e avevo offerto di usare il luogo a una donna, che poi si è rivelata essere completamente pazza. La signora mi mostra vari artisti, alcuni molto bravi, ma purtroppo invita i suoi amici e non quelli che avevo scelto io. Quando le chiedo perché non avesse chiamato quelli da me selezionati, mi risponde che quegli artisti non avevano tempo da dedicarle. Come risultato è riuscita a litigare coi suoi amici, che se la pendevano anche tra di loro. Io cercavo di mettere pace e di sistemare la faccenda ma non c’era verso di farli andare d’accordo.

Per fortuna a salvarmi arriva Gillo Dorfles che avevo invitato a Venezia per fargli vedere un piccolo spazio verde appena creato da Carlo Scarpa di fianco all’ingresso del padiglione centrale. Lo spazio era appena dopo la scala; sulla sinistra, accanto al muro del padiglione successivo, c’erano una serie di cipressi della stessa altezza e un rettangolo di acqua con un sistema di piccole cascate che cadevano nella vasca in continuazione. Era un buco ma l’artista gli aveva dato un senso di grande spazio, era bravissimo a inventarsi nuove dimensioni, come al Giardino della Querini. Tutto intorno, un ghiaino affilato che ti bucava le scarpe.

All’arrivo di Dorfles tutti stavano litigando tra loro. Così Gillo mi chiede perché mi fossi impegolata in quella rogna, dicendomi che non avrei dovuto farmi incastrare e che ero scema! Dorfles aveva un sense of humour come poche persone che ho conosciuto; era un mago perché lodandoti faceva in modo che tu ti prendessi in giro da sola. E così mi ha portatoa via, salvandomi dai pasticci.

In comune avevamo la passione per Montale che avevo conosciuto a una colazione dall’avvocato Rosso Mazzinghi, giornalista e letterato di livello, per quarant’anni una delle colonne portanti della Fondazione Giorgio Cini.

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                                                      Bruno Munari – Macchine inutili

Un altro amico in comune era Bruno Munari con il quale Dofles aveva fondato nel 1948 il Movimento dell’arte concerta, MAC, di cui faceva parte anche Ugo Sissa. Di Munari mi piacevano le Macchine Inutili: forme aeree in cartoncino, alluminio, legno, plastica in continuo movimento.

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                                 Una delle comunicazione del gruppo MAC a Ugo Sissa.

Gillo veniva a tutte le Biennali ed era un onore e uno spasso andare in giro con lui, c’era sempre da imparare un sacco di cose. Il 12 aprile 2015 ha compiuto 105 anni, è incredibile quanto sia giovane di spirito e quanto sia piacevole la sua compagnia.

Al Macro di Roma fino al 30 marzo 2016 una mostra antologica gli rende omaggio: “Gillo Dorfles – Essere nel tempo”, curata da Achille Bonito Oliva, che propone oltre 100 opere, alcune esposte per la prima volta. Dipinti, disegni, opere grafiche, unite a una selezione di ceramiche e gioielli raccontano un inedito percorso attraverso il tempo, dagli esordi giovanili degli anni Trenta fino alle creazioni più recenti, realizzate nell’estate del 2015.

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                                                  Gillo Dorfles, Senza Titolo, 2008

In ricordo di Bettagno

Pubblicato: dicembre 2, 2015 in Uncategorized
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Oggi il Professor Rosenberg presenterà alle 17 alla Fondazione Giorgio Cini il volume “Venezia Settecento. Studi in memoria di Alessandro Bettagno”.

Bettagno mi era stato presentato da Fiocco quando lavoravo con il professor John McAndrew al libro sull’architettura veneziana del Rinascimento; grazie a lui ho avuto la fortuna di poter consultare l’archivio fotografico della Fondazione Cini trovando materiale basilare per le mie successive ricerche sui giardini storici veneziani.

Bettagno mi permetteva di trascorrere intere giornate in biblioteca e di accedere, quando facevo la guida, alla stanza con tutti i tesori della Fondazione: il gabinetto di disegni e stampe che custodiva oltre settemila disegni del ‘700, miniature rarissime, libri illustrati del Rinascimento, Mantegna, Leonardo, Botticelli e la famosa prima copia del Polifilo…

Avevo il permesso di girare da per tutto e mi era stato concesso di mettere a posto il giardino della Fondazione. Ricordo di aver lasciato in fondo all’isola un pezzo selvatico dove gli uccelli particolari della laguna potevano nidificare.

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Un libro che mi aveva regalato Cini, mio vicino di casa, mi fa venire in mente i discorsi e le bagole con Bettagno che mi hanno insegnato un sacco di cose. E’ un libro che mi ha divertito facendomi penetrare nella miniera del Settecento veneziano: si tratta del catalogo curato da Bettagno della mostra Caricature di Anton Maria Zanetti che raccoglieva l’album che Cini aveva acquistato su suggerimento dell’amico nel 1969 per poi donarlo al gabinetto dei disegni della Fondazione.

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Come scrive Mario Rigo “insieme a Pallucchini e Zampetti, Sandro Bettagno era uno di quegli intellettuali che vivacizzavano la vita culturale della città e la rendevano intensa”.

Proprio in ricordo dei suoi lavori, tra cui le innovative mostre di disegni a San Giorgio dei primi anni Cinquanta, viene presentato oggi Venezia Settecento. Il testo è stato curato dalla storica dell’arte Bozena Anna Kowalczyk e contiene, tra gli altri, i contributi di Nicholas Penny, Fancis Haskell, Irina Artemeva, Vittorio Sgarbi, Pierre Rosenberg, Paola Marini e Giuseppe Pavanello.

Grazie all’influenza di Bettagno sono diventata membro dell’Ateneo Veneto, che ha diretto dal 1983 al 1988, dove le conferenze sono sempre così belle e interessanti. All’Ateneo Veneto ho anche avuto modo di presentare alcuni dei miei libri: ricordo Alvise Zorzi aveva introdotto quello sui Giardini Segreti, scritto con Cristiana Moldi Ravenna con le memorabili fotografie di Gianni Berengo Gardin.

Sarò sempre riconoscente a Bettagno per quanto ho imparato negli archivi della Fondazione Cini.

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DIDASCALIE

Immagine 1. Rosalba Carriera ritratta dallo Zanetti, in Caricature di Anton Maria Zanetti, Catalogo della Mostra a cura di Alessandro Bettagno con Presentazione di Giuseppe Fiocco, Neri Pozza, 1969. –> Qui un mio blog su Rosalba Carriera e le sue sorelle; Qui un altro scritto su Rosalba.

Immagine 2. Antonio Pellegrini, in Caricature di Anton Maria Zanetti, Catalogo della Mostra a cura di Alessandro Bettagno con Presentazione di Giuseppe Fiocco, Neri Pozza, 1969. –> Qui un mio blog su Antonio Pellegrini.

Immagine 3. Marco Ricci, in Caricature di Anton Maria Zanetti, Catalogo della Mostra a cura di Alessandro Bettagno con Presentazione di Giuseppe Fiocco, Neri Pozza, 1969.

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La posta questa mattina ha regalato una bella sorpresa: il nuovo libro di Marcianum Press “Le iscrizioni in antico volgare delle confraternite laiche veneziane” di Ronnie Ferguson, professore emerito d’Italianistica all’Università di St. Andrews in Scozia che si occupa di linguistica storica, dialettologia, epigrafia, commedia rinascimentale, lingua e cultura del Veneto. Il libro è la prima edizione scientifica di un corpus epigrafico importante che documenta la vita delle confraternite di Venezia nel tardo medioevo e nel primo rinascimento.

Nel Trecento, le iscrizioni aumentano con la crescita della popolazione di Venezia, con la sua affermazione come potenza mercantile e politica nel Mediterraneo. Il volgare veneziano si legge in sempre più contesti scritti.

La comparsa di scritture esposte in veneziano antico è legata all’emergere di reti associazionistiche e caritative di patrizi, cittadini e popolani, permettendo a di partecipare alla vita civile e religiosa della città. Queste congregazioni erano chiamate Scuole e si dividevano in due categorie: le scuole dei battuti, cioè dei flagellanti dediti a un Santo o alla Vergine e senza collegamenti a un mestiere particolare, praticavano all’inizio la flagellazione penitenziale in privato e in pubblico. Dal 1467 erano dette Scuole Grandi per il loro prestigio sociale e artistico, le reliquie che custodivano, il ruolo assistenziale che svolgevano, le partecipazioni ai cerimoniali civici. Le Scuole Grandi nel Trecento sono quattro e diventano con quella di San Rocco nella fine del Cinquecento, cinque.

A queste si devono aggiungere le Scuole Piccole divise in tre tipi: Scuole di devozione che veneravano un Santo patrono, Scuole nazionali che riunivano una comunità di stranieri immigrati a Venezia, e le Scuole di mestiere che radunavano una o più arti creando regolamenti con fini di protezione e devozione.

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La Scuola Grande di San Giovanni Evangelista è la più antica, sorta nel 1261 conserva la reliquia della Santa Croce in un reliquiario gotico di cristallo di rocca e argento dorato. La Scuola sopravvive ancora oggi, celebrando l’Esaltazione della Croce con una processione in accompagnamento della reliquia ogni 14 settembre. L’Arciconfraternita ha cura della Scuola e delle sue tradizioni ed è impegnata ad aprire la sua sede a luoghi di incontro di grande significato culturale e sociale. Inoltre, nella Scuola troviamo la più antica delle iscrizioni confraternali veneziane e lagunari in volgare e la più antica epigrafe in volgare del centro storico. Questo spazio conserva i resti di una necropoli: l’unico cimitero confraternale superstite a Venezia e in laguna. L’iscrizione funeraria si trova sul lato di un sarcofago in pietra grigia appoggiato sul pavimento.

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La Scuola Grande di Santa Maria della Carità è pure tra le più antiche, fondata nel 1260, istituita a Cannaregio nella chiesa di S. Lunardo, ha la sua sede definitiva all’ingresso delle Gallerie dell’Accademia. L’albergo è ricordato nell’iscrizione del 1344 un tempo posta fra le due scale e dal primo Ottocento conservata al Seminario Patriarcale. Questa lastra in pietra d’Istria ricorda la fondazione della proprietà terriera della Scuola, documentando i nomi dei promotori.

Grazie a questo libro, una pratica poco nota è riportata alla luce dei contemporanei.

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