La Bottega dei Mascareri

Pubblicato: febbraio 9, 2016 in Uncategorized

La Bottega dei Mascareri si trova a San Polo 80, ai piedi del Ponte di Rialto, vicino alla chiesa di San Giacometto, dove una volta c’erano le botteghe di cambio. È gestita da Massimo e Sergio Boldrin, due fratelli figli di un gondoliere che dipingevano maschere fin da bambini. Il desiderio di recuperare la tradizione delle maschere, sparita con l’arrivo di Napoleone, li porta ad aprire questo laboratorio: qui fanno maschere in cartapesta costruite a partire da sculture in argilla, da un calco in gesso ed in fine dall’aggiunta di carta particolare e una colla speciale. Le maschere vengono poi tagliate e dipinte con le varie tecniche: acquerello, pittura ad olio, acrilico. Massimo è il marito della mia cara amica Rita Perinello; le loro opere vengono usate in teatro, nella moda e nei film; nella loro collezione troviamo le classiche maschere della Commedia dell’Arte come Pantalone, Zanni, Arlecchini equelle quelle tradizionali del Settecento veneziano: le Baute, le Morete… La storia della maschera veneziana inizia nel 1268, l’anno della più antica legge che ne limita l’uso improprio: in questo documento era proibito agli uomini in maschera, i cosiddetti mattaccini, il gioco delle “ova” che consisteva nel lanciare uova riempite di acqua di rose contro le dame che passeggiavano nelle calli.

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www.mascarer.com

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Cesare lo conosco da sempre, fin dai tempi dell’esaurito e quasi dimenticato Le isole della laguna, un universo inesplorato (1988). Da allora siamo diventati amici facendo un sacco di cose e le sue fotografie hanno reso stupefacente il nuovo libro sui giardini di Venezia, Verde Venezia, pubblicato nel 2012 per Terraferma. Durante la lavorazione del libro, Cesare era terrorizzato e si tirava in là per paura che una secchiata di acqua gelida annaffiasse la sua macchiana fotografica quando suonavo tutti i campanelli se vedevo spuntare frasche dai muri di cinta… Con sua grande meraviglia le porte si aprivano come per magia.

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Terraferma ha pubblicato da qualche tempo anche “Veneto. Terre e paesaggi del vino”.

Cito le parole di Giorgio Cecchetti da un articolo apparso su La Nuova il 12 luglio 2015:

“Sono soprattutto le fotografie di Cesare Gerolimetto a colpire e ammaliare: viti verdissime in primavera; rosse in autunno; bianche sotto la neve; filari infiniti sulle colline o in riva ai laghi; attorno ai castelli merlati o distesi accanto alle ville palladiane; poi uva, bianca, scura, rosata da gustare, dipinta da Tiziano, Veronese, Mantegna”.

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Il libro, a cura di Gianni Moriani e Diego Tomasi, nasce “dall’esigenza di legare l’immagine del vino al suo territorio (…) perché un buon vino ha bisogno di luoghi in cui identificarsi, essendo il suo valore legato alla qualità dei territori e di conseguenza del paesaggio”. Racconta la storia della vite nel Veneto da quando, 50 milioni di anni fa, nell’alta Val d’Alpone, già veniva bevuto il vino!

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Il 18 dicembre 2015, Italo Zannier ha presentato a SILOS, in Giudecca, la proiezione di uno dei più suggestivi viaggi fotografici mai realizzati: Il giro del mondo in ottanta fotografie, raccontate dallo stesso Gerolimetto. Il giro parte nel 1976 con Daniele Pellegrini, fotografo e giornalista, a bordo di un Iveco 75 PC 4×4 battezzato Antonio Pigafetta. Dopo due anni, i due amici percorrono i cinque continenti per un totale di 184000 km riportando un’infinità di bellissime immagini.

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Altra novità editoriale di Cesare è Venezia Inaspettata, un libro a fisarmonica pubblicato da Antiga. La mia copia è un unicum: è impaginata alla rovescia e ha una bellissima dedica:

“Un libro strano e questo ancora più strano. Con tanto affetto per la mia amica Tudy”.

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Dal sito di Cesare Gerolimetto – cesaregerolimetto.com

Di questo libro mi hanno colpito due immagini in particolare: Venezia vista attraverso le gambe della scultura di Charles Ray a Punta della Dogana, con una luce così diversa… una Venezia di sogno! La seconda mostra Riva delle Zattere dalla Giudecca con un gatto curioso. Le foto sono una più bella dell’altra, ma il fulcro, per me, è quella dell’oro della Basilica di San Marco.

Solo Cesare è capace di fare queste cose!

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Dal sito di Cesare Gerolimetto – cesaregerolimetto.com

I Roda, contributo per una biografia

Pubblicato: gennaio 26, 2016 in Uncategorized

La casa editrice Maestri del Giardino Editore si occupa, assieme all’omonima Associazione, della crescita e della diffusione dell’arte del giardino e del paesaggio, mettendo a disposizione la propria esperienza e competenza in tre aree principali di attività: laboratori, campus e libri.

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Ho ricevuto qualche tempo fa il piccolo e prezioso volume sui Roda di Gianfranco e Antonella Riviera con contributi di Daniele Mongera, Paolo Roda e Paolo Pejrone. Quest’ultimo scrive nell’introduzione:

Durante la seconda metà dell’Ottocento i fratelli Marcellino e Giuseppe Roda furono tra gli esperti più stimati e richiesti in materia di parchi e di giardini non solo in terra sabauda ma nell’Italia intera. (…) Era quella un’Europa estremamente “giardinata”, dominata da famiglie spesso vittime delle mode e delle loro stesse apparenze: il giardino era, infatti, una componente importante del potere, uno dei pilastri fondamentali nella “filosofia” aristocratica e sociale. (…) C’è un ultimo aspetto dell’attività di Marcellino e Giuseppe Roda, per nulla secondario, e che va ricordato: l’essersi occupati, in seguito alla loro conclamata esperienza, in prima persona, intensamente, di attività florovivaistiche e aver dato vita alle prime esposizioni di settore a Torino e in Piemonte (e in Italia)”.

Il libro raccoglie un anno di ricerche condotte da Gianfranco e Antonella Riviera tra archivi di Stato e parrocchiali, Accademie italiane e straniere, per tracciare la storia della più famosa famiglia italiana di giardinieri, che inizia nel 1661 in provincia di Cuneo, a Guarene, per giungere fino a Guido Roda, scomparso a Torino nel 1971.

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Nel corso dei secoli, sono tantissimi i progetti e i lavori della famiglia sparsi in Italia e in Europa; di questi, ho avuto la fortuna di visitarne molti ma quelli che ricordo con più piacere sono il Bosco Sacro a Virgilio (Mantova) e il Giardino di Villa Piacenza a Pollone, entrambi progettati da Giuseppe Roda.

Il bosco Virgiliano - calendario 2012 del Parco del Mincio

Intitolato a Publio Virgilio Marone, il bosco di Mantova si estende per cinque ettari e sorge negli anni Trenta per celebrare il bimillenario della nascita del poeta mantovano; vi furono piantate 500 conifere, oltre a 2900 varietà di alberi, 600 piante da frutto, 15000 arbusti e un vigneto, tutte specie citate da Virgilio nelle sue opere. Nel corso del tempo, il bel giardino all’italiana si è inselvatichito diventando magico: è la più bella oasi di verde della città.

Villa Piacenza

Villa Piacenza, famosa per i suoi rododendri, con Villa Boccanegra e il Parco Felice Piacenza alla Burcina testimonia la passione dei Piacenza per la natura. Costruita intorno al 1791 da Felice Piacenza, la villa ospita ampi tappeti erbosi con percorsi a vialetti irregolari, le diffuse specie arbustive acidofile con altre rarità disegnano un ambiente di grande cultura botanica.

Grazie a questi personaggi e alla bellezza della loro opera il volgo si è educato creando una civile battaglia alla cementificazione.

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Gianfranco Riviera, Antonella Riviera,

I Roda – Contributo per una biografia

Maestri del Giardino Editore, 2015

Due magici libri su Venezia

Pubblicato: gennaio 25, 2016 in Uncategorized

Copertina-libro-con-fascetta-1-295x450Werner von der Schulenburg nasce nel 1881 da nobile famiglia prussiana innamorata di Venezia: Sybil è la sua ultimogenita, cresciuta bilingue in Ticino, poi studia tra Frienze, Como e Milano. Il padre ufficiale militare si dedica alla letteratura e alle arti diplomatiche ma scompare quando lei ha soli quattro anni lasciandole il archivio ricco di commedie teatrali e romanzi di cui Sybil si prende cura, offrendoli ai lettori italiani in una veste più moderna.

La vita di suo padre è stata avventurosa: tra le varie missioni, quando era occupato all’ufficio stampa presso l’ambasciata tedesca a Berna, conduce una trattativa condotta con Lenin a Zurigo per l’espatrio del russo dentro il famoso “treno piombato” e il suo impegno nella seconda guerra mondiale contro i nazisti è ricordato a Verona in un monumento accanto all’antenato Johann Matthias von der Schulenburg.

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Il bel libro “Per Cristo e Venezia”, vincitore del Premio Mario Luzzi, parla proprio di questo lontano antenato ed è ambientato nel 1716, quando i potenti d’Europa si muovono per arginare l’ondata islamica che minaccia i territori della cristianità. Johann Matthias è un condottiero tedesco chiamato a difendere l’isola di Corfù per dare a Eugenio di Savoia il tempo di portare le sue truppe a est. Von der Schulenburg difende Venezia, l’Europa e la cristianità con soli tremila uomini, incitandoli con l’urlo di guerra “Per Cristo e Venezia!”.

Sybil scrive la sua versione del romanzo storico della sua famiglia che inizia da suo padre, passando dalla madre, che aveva preso accordi con Werner quando si prospettava l’esigenza della versione ridotta del libro. L’autrice scrive nella prefazione:

“Werner von der Schulenburg è stato uno scrittore tedesco, un personaggio che ha vissuto a cavallo di due secoli sforzandosi di contribuire all’evoluzione culturale degli uomini, in particolare tedeschi e italiani”.

Per Cristo e Venezia. Il federmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg al servizio della Serenissima” è pubblicato dalla casa editrice il Prato, che mi ha fatto conoscere anche il magico “Morire con Venezia. L’inevitabile sovrapposizione degli effetti” di Giuseppe Svalduz.

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Qui si raccontano due storie che si mescolano fino a diventare una sola, quella della città e di due giovani: Giovanni e Sofia, lui architetto e guida turistica veneziana, lei violinista americana, incontratisi a Venezia a metà degli anni Novanta. L’amore tra i due ragazzi cresce parallelamente alla continua scoperta della storia, delle particolarità urbane e ambientali di Venezia, della sua laguna e della terraferma. Un verosimile futuro attende i due personaggi, dove protagonisti saranno i cambiamenti climatici, il MOSE e il Palais Lumièr.

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Entrambi i libri sono stati pubblicati da Il Prato, casa editrice fondata nel 1997 da un gruppo di storici dell’arte, dopo la creazione della rivista “Progetto Restauro – trimestrale per la tutela dei beni culturali”.

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È arrivato un bellissimo regalo dall’editore il Mulino: Le leggi fondamentali della stupidità umana di Carlo Maria Cipolla illustrato da Altan che ha aperto la porta a un mondo dimenticato, pieno di persone interessanti. Quando ero ragazzina, passavo molto tempo a fare ricerche nell’Archivio di Stato di Venezia diretto dallo zio “acquisito” Gigi Lanfranchi. Le ore a controllare tutti i faldoni non finivano mai, stavo facendo ricerche per il libro Venetian Architecture of the Early Renaissance con il Professor John McAndrew. Un giorno un amico passa a trovare lo zio Gigi e vengo invitata a colazione alla Colomba; era estate, abbiamo mangiato fuori e i nostri discorsi erano molto vivaci: Carlo M. Cipolla aveva una conversazione effervescente, piena di interesse su un argomento che non conoscevo affatto. Con Cipolla ci siamo visti per un po’, prima che partissi per l’Africa nel 1952 per andare a piantar caffè, lo spupazzavo per Venezia, mangiavamo assieme e grazie a lui ho sentito per la prima volta parlare davvero di economia.

Scritto originariamente in inglese, The Basic Laws of Human Stupidity è stato stampato per la prima volta nel 1976 in edizione numerata e fuori commercio. Il libro compare in italiano solo nel 1988, ristampato dal Mulino nel 2011 e in fine nel 2015 con le illustrazioni di Altan.

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Riguardando il libro, così ironico e piacevole da riuscire a rendere interessante anche la stupidità, mi rendo conto di quante cose ho imparato: tutte le disgrazie che succedono nel mondo accadono per colpa degli stupidi.

Il bandito vuole un «più» sul suo conto. Dato che non è abbastanza intelligente per escogitare metodi con cui ottenere un «più» per sé procurando allo stesso tempo un «più» anche ad altri, egli otterrà il suo «più» causando un «meno» al suo prossimo. Tutto ciò non è giusto, ma è razionale e se si è razionali lo si può prevedere. Si possono insomma prevedere le azioni di un bandito, le sue sporche manovre e le sue deplorevoli aspirazioni e spesso si possono approntare le difese opportune. Con una persona stupida tutto ciò è assolutamente impossibile. Una creatura stupida vi perseguiterà senza ragione, senza un piano preciso, nei tempi e nei luoghi più improbabili e impensabili”.

Occorre tener da conto anche di un’altra circostanza. La persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario di tutti questi personaggi, lo stupido non sa di essere stupido”.

Scriveva Cipolla nell’introduzione:

questo libro si rivolge non agli stupidi ma a quanti hanno a volte l’occasione di avere a che fare con costoro (…). Come disse il filosofo cinese: l’erudizione è la fonte della saggezza universale: ciò non impedisce che essa a volte sia causa di incomprensioni tra amici”.

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Carlo M. Cipolla (1922 – 2000) è stato uno storico italiano specializzato in storia economica. Ha insegnato in Italia e negli Stati Uniti. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati dal Mulino e tradotti in numerose lingue. Mi meraviglio che non se ne parli di più!

Per il Mulino ho recensito anche:

Le Crociate dopo le Crociate di Marco Pellegrini

Erica Jong

Pubblicato: dicembre 10, 2015 in Uncategorized

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Il 21 novembre accendo la televisione: a Otto e Mezzo, Lilli Gruber intervista tre persone tra cui una signora bionda che non mi dice niente. Appena la signora apre bocca e comincia a parlare riconosco la voce inconfondibile di Erica Jong! Tutto quel che dice, corrisponde ai nostri discorsi; Erica veniva spesso a Venezia, ospite di Liselotte Hohs, un’amica di sempre. Ci trovavamo a cena nel bellissimo giardino di Liselotte ed Erica era estremamente intelligente, acuta ma anche buffa. Le piaceva mangiar bene ed era anche una brava cuoca. Chiacchierando ci divertivamo! In un suo articolo del 1986 (“A city of Love and Death: Venice”) Erica Jong apre una finestra sui miei ricordi:

“Miss’ Hohs’s house looks out on one of the most remarkable gardens in Venice, a deep green bower growing on top of what some say is a former cemetery, it is the site of a number of the best parties in Venice”.

Il giardino di Liselotte

Il giardino di Liselotte, foto di Cesare Gerolimetto in “Verde Venezia, i giardini della città d’acqua” 

Erica Jong arriva a Venezia per la prima volta a 19 anni, studentessa di Italiano a Firenze; nel tempo a venire i tanti amici la riporteranno spesso nella nostra città, a cui è anche dedicato il suo “Serenissima”.

Dall’intervista della Gruber capisco che il pensiero di Erica non è cambiato per nulla dall’ultima volta che ci siamo viste. Ironica, formata e scanzonata, si descrive così con le sue stesse parole:

Uso molto la satira. Un autore satirico, alla maniera dei suoi grandi predecessori, usa la satira per scioccare”.

06 Jul 1975 --- 7/6/1975: Head and shoulders photo of a smiling Erica Jong, author of the novel, "The Fear of Flying." --- Image by © Bettmann/CORBIS

Image by © Bettmann/CORBIS

Nella lettura della Repubblica di domenica 15 marzo 2015, la Jong preannuncia l’uscita del suo novo libro, Fear of Dying, pubblicato nella traduzione di Vincenzo Vega per Bompiani. Scrive Enrico Rotelli:

“L’audace portavoce del movimento femminista americano dichiara di scrivere perché crede di avere un messaggio importante, utile a emancipare gli altri. (…) I suoi punti di forza sono l’agilità con cui costruisce l’identità dei protagonisti dei libri e l’onestà con cui da sempre scopre cuore e cervello. Se c’è una cosa di cui Erica Jong non ha paura di rivelare è la propria verità, anche a costo di incrinare le relazioni con amici, parenti e colleghi”.

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Erica nasce nel 1942 a New York; il cognome di famiglia è Mann mentre Jong è quello acquisito dall’autrice con il secondo dei suoi quattro mariti, lo psicoanalista Allan Jong. Il suo primo romanzo, Paura di Volare (1973) fece epoca e scalpore.

E’ una delle amiche la cui presenza a Venezia mi manca!

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Gillo Dorfles: Essere nel Tempo

Pubblicato: dicembre 3, 2015 in Uncategorized

 

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Non ricordo in che edizione della Biennale mi era stato dato uno spazio per organizzare una mostra ai Giardini; rappresentavo la Scozia e avevo offerto di usare il luogo a una donna, che poi si è rivelata essere completamente pazza. La signora mi mostra vari artisti, alcuni molto bravi, ma purtroppo invita i suoi amici e non quelli che avevo scelto io. Quando le chiedo perché non avesse chiamato quelli da me selezionati, mi risponde che quegli artisti non avevano tempo da dedicarle. Come risultato è riuscita a litigare coi suoi amici, che se la pendevano anche tra di loro. Io cercavo di mettere pace e di sistemare la faccenda ma non c’era verso di farli andare d’accordo.

Per fortuna a salvarmi arriva Gillo Dorfles che avevo invitato a Venezia per fargli vedere un piccolo spazio verde appena creato da Carlo Scarpa di fianco all’ingresso del padiglione centrale. Lo spazio era appena dopo la scala; sulla sinistra, accanto al muro del padiglione successivo, c’erano una serie di cipressi della stessa altezza e un rettangolo di acqua con un sistema di piccole cascate che cadevano nella vasca in continuazione. Era un buco ma l’artista gli aveva dato un senso di grande spazio, era bravissimo a inventarsi nuove dimensioni, come al Giardino della Querini. Tutto intorno, un ghiaino affilato che ti bucava le scarpe.

All’arrivo di Dorfles tutti stavano litigando tra loro. Così Gillo mi chiede perché mi fossi impegolata in quella rogna, dicendomi che non avrei dovuto farmi incastrare e che ero scema! Dorfles aveva un sense of humour come poche persone che ho conosciuto; era un mago perché lodandoti faceva in modo che tu ti prendessi in giro da sola. E così mi ha portatoa via, salvandomi dai pasticci.

In comune avevamo la passione per Montale che avevo conosciuto a una colazione dall’avvocato Rosso Mazzinghi, giornalista e letterato di livello, per quarant’anni una delle colonne portanti della Fondazione Giorgio Cini.

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                                                      Bruno Munari – Macchine inutili

Un altro amico in comune era Bruno Munari con il quale Dofles aveva fondato nel 1948 il Movimento dell’arte concerta, MAC, di cui faceva parte anche Ugo Sissa. Di Munari mi piacevano le Macchine Inutili: forme aeree in cartoncino, alluminio, legno, plastica in continuo movimento.

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                                 Una delle comunicazione del gruppo MAC a Ugo Sissa.

Gillo veniva a tutte le Biennali ed era un onore e uno spasso andare in giro con lui, c’era sempre da imparare un sacco di cose. Il 12 aprile 2015 ha compiuto 105 anni, è incredibile quanto sia giovane di spirito e quanto sia piacevole la sua compagnia.

Al Macro di Roma fino al 30 marzo 2016 una mostra antologica gli rende omaggio: “Gillo Dorfles – Essere nel tempo”, curata da Achille Bonito Oliva, che propone oltre 100 opere, alcune esposte per la prima volta. Dipinti, disegni, opere grafiche, unite a una selezione di ceramiche e gioielli raccontano un inedito percorso attraverso il tempo, dagli esordi giovanili degli anni Trenta fino alle creazioni più recenti, realizzate nell’estate del 2015.

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                                                  Gillo Dorfles, Senza Titolo, 2008