Archivio per gennaio, 2014

Ringrazio l’architetto Tobia Scarpa e la soprintendente Renata Codello per aver risuscitato con tanta perizia e spirito moderno la Casa degli Antichi ridando vita al magico chiostro. I mattoni a vista della struttura tirati a calce hanno finalmente reso giustizia alla bellezza del tablino anch’esso ripulito.

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Inaugurerei il restauro con i quadri delle chiese distrutte finiti in minuscole cappelle di sassi arrampicate sui ripidi pendii friulani… non ho mai capito come quadri così grandi potessero esservi inseriti. Probabilmente facendo un buco nel tetto: a suo tempo con Gilberto Ganzer abbiamo fatto una mostra identificandone alcuni che avevano cambiato nome e ripulendo altri ridipinti in maniera oscena. Abbiamo ricuperato il tutto grazie alle mie ricerche per il libro che ho scritto con John Mc Andrew sugli Atti del Regio Governo.

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Sono passati otto anni dall’inizio dei lavori costati 26 milioni di euro, e venti dall’idea: spostate le aule dell’Accademia grazie al restauro degli Incurabili, il grande complesso di Santa Maria della Carità è stato messo a soqquadro, recuperando gli spazi quattrocenteschi, il cortile palladiano che sintetizza i tre ordini architettonici, la parte del Selva e la sistemazione di Carlo Scarpa, tutte meraviglie nascoste e in parte danneggiate da interventi degli anni Settanta; aperta al pubblico e ora ben visibile dal nuovo ingresso anche la Scala Ovata del Palladio, fino a ieri usata come ingresso di servizio.

La-famosa-scala-ovata-di-PalladioPer ora ci sono gli spazi ma mancano ancora il personale per tenerli aperti e le risorse per trasferire qui le opere della pinacoteca, pronte da tempo e già restaurate, come i due Angeli del trittico di Carlo Crivelli con al centro La Madonna del Bambino, proprietà delle Gallerie che l’Accademia di Brera dovrà restituire a Venezia.

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Giovedì 19 dicembre 2013, La Nuova riporta un’intervista alla Dottoressa Giovanna Damiani, “padrona di casa” in quanto soprintendente del Polo museale veneziano:

Lei si rende conto che non abbiamo le risorse né il personale per aprire questo museo? Ho scritto al ministro (Bray, ndr) moltissime lettere su questa questione senza mai ricevere risposta. Nelle condizioni attuali non sappiamo cosa fare. Le opere da collocare sono già state scelte da tempo, ma ci servono appunto i finanziamenti per l’allestimento del museo e la possibilità di bandire delle gare per il personale a cui affidare la guardianìa delle nuove sale. Con quello attuale, che non viene sostituito quando va in pensione, riusciamo a fatica a garantire solo l’apertura dei nostri musei in funzione”.

Carità, Venezia, sezione, Bertotti_Scamozzi, 1783.

Carità, Venezia, sezione, Bertotti_Scamozzi, 1783.

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Pietro Bellotti, l’altro Canaletto

Pubblicato: gennaio 30, 2014 in Uncategorized

Ne La Repubblica di domenica 5 Gennaio 2014, Cesare De Seta, parlando della mostra Pietro Bellotti, un altro Canaletto, ci scaraventa nella burrascosa intimità della famiglia più interessante e discussa della pittura paesaggistica del Settecento a Venezia. Il titolo dell’articolo è “L’ALTRO CANALETTO: Pietro Bellotti, la rivincita del nipote sul terribile zio, superstar di Venezia”. Cesare De Seta c’informa:

“Fu un destino singolare nascere in una famiglia il cui magister era Canaletto. Il vedutista più celebre del settecento veneziano: i nipoti Bernardo e Pietro Bellotto ebbero l’opportunità di lavorare adolescenti in una bottega tra le più rinomate d’Europa e così “rubare” il mestiere allo zio”.

Veduta di Roma con Castel SantAngelo e il Vaticano

Veduta di Roma con Castel SantAngelo e il Vaticano

La mostra allestita da Charles Beddington, Alberto Craievich e Domenico Crivellari, quest’ultimo responsabile anche del romanzo storico edito da Scripta Edizioni, è visitabile fino al 28 aprile negli spazi di Ca’ Rezzonico dove sono visibili 45 tele che ricostruiscono il percorso artistico del pittore veneziano, quasi tutte provenienti da collezioni private europee e statunitensi.

Sono recenti gli studi che hanno conferito al Bellotti un ruolo rilevante all’interno dell’arte veneziana del Settecento: per lungo tempo il pittore era stato ritenuto un vedutista marginale. Bellotti ha elaborato le invenzioni di Canaletto ampliando il repertorio tradizionale con vedute delle più importanti città d’Europa, aggiungendo un caldo colore rosato che lo contraddistingue.

Pietro Bellotti detto Canaletty è il primo libro che leggo che comincia con un funerale, quello di Bernardo Canal:

La disposizione attorno al feretro delle famiglie Canal e Bellotto fotografava la profonda rottura di quello che era stato un numeroso, unico nucleo familiare. Nel banco di destra Antonio Canal, le sorelle Francesca e Viena, il giovane Pietro Bellotti e la sorella maggiore suor Serafina (…), nel banco a sinistra accanto a Fiorenza, l’altra figlia del defunto, c’era il figlio Bernardo (…) e la moglie di questi”.

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Piero stava assorto nei suoi pensieri (…). Dopo il ritorno alla casa di corte Pernia avvenuto due anni prima, conseguente alla rottura del sodalizio col fratello Bernardo, i rapporti tra lui e lo zio, già prima sporadici, si erano interrotti e Canaletto lo salutava appena. (…). Pietro ripassò il suo piano di fuga: dopo il funerale sarebbe rientrato in casa, sarebbe sceso nella bottega, dove aveva preparato una cassela con i manici in cui aveva già stipato stampe e acqueforti di Canaletto, Visentini, Marieschi e di altri autori che il nonno teneva per sé. (…) Inoltre, cosa preziosa e che lo aveva convinto definitivamente a partire, il gruzzolo di zecchini in una borsa di cuoio di cui il nonno Bernardo gli aveva indicato tempo prima, con gli occhi, il nascondiglio”.

Dresda, il mercato nuovo dallo Judenhof

Dresda, il mercato nuovo dallo Judenhof

Inizia così l’avventurosa storia del Bellotti che merita di essere letta nelle parole di Crivellari. Curioso è anche l’aneddoto dell’incontro in Francia tra Pietro e Mattia Boso, un venditore ambulante tesino di immagini sacre che attraversava l’Europa con i suoi compagni svolgendo la sua attività di commerciante. Da alcuni decenni aveva stretto rapporti con i Remondini di Bassano che producevano un vasto catalogo di immaginette di santi:

i tesini, abili ed esperti commercianti, adattavano l’offerta alla pietà popolare di ogni luogo visitato. (…) Grande fu la sorpresa di Bellotti quando Mattia e il suo amico Floriano aprirono la cassela e mostrarono oltre alle immaginette, vedute di città e luoghi diversi. (…) Chiese se quella merce si vendesse, e i tesini risposero che i nomi e i profili di città lontane esercitavano un grande fascino sul pubblico di fiere e mercati. Pietro rimase folgorato dall’idea: le sue vedute potevano trovare un pubblico assai più vasto dei ristretti ambienti aristocratici (…)”.

Santino - fine XIX secolo

Santino – fine XIX secolo

Fu proprio Bellotti che contribuì a diffondere con i suoi viaggi e le sue cartelle la pittura paesaggistica veneziana del Settecento, aprendo una finestra sul movimento pittorico dei suoi conterranei il cui contributo è ancora da studiare a fondo.

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LA MOSTRA

Pietro Bellotti, un altro Canaletto

Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano

Dal 7 dicembre al 28 aprile

copertina

IL LIBRO

Pietro Bellotti detto Canaletty. Un vedutista veneziano nella Francia dell’Ancien Régime

di Domenico Crivellari

Scripta Edizioni, 2013

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In questo libro, gli autori ci descrivono il Lido, da un estremo all’altro, con quattro itinerari illustrati partendo dalle origini dell’isola ai giorni nostri e raccontando le storie dei personaggi che vi hanno vissuto, la trasformazione all’inizio del Novecento in soggiorno marino più esclusivo e meglio attrezzato d’Europa.

Rifugio di protagonisti della letteratura come Lord Byron e Thomas Mann, il Lido si arricchisce negli anni di edifici in stile Liberty, in molti casi reinterpretato con nuovi stili bizantino, neo-romanico, gotico e neo-eclettico. Agli inizi del Novecento, con l’apertura dell’aeroporto privato Nicelli, il Lido gode della presenza di Gabriele d’Annunzio, icona europea dell’impavido aviatore.

Venice Beach

È però con la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che il Lido ottiene la definitiva consacrazione, che nasce da un’idea del presidente della Biennale di Venezia, il Conte Giuseppe Volpi di Misurata, dello scultore Antonio Maraini, Segretario Generale, e di Luciano De Feo, segretario generale dell’Istituto Internazionale per il Cinema Educativo. La prima edizione si svolge nel 1932 sulla terrazza dell’Hotel Excelsior; tra i titoli presentati al pubblico: Proibito di Frank Capra, Grand Hotel di Edmund Goulding, Il Campione di King Vidor, il primo ed inimitabile Frankenstein di James Whale, The Devil to Pay! di George Fitzmaurice, Gli uomini, che mascalzoni… di Mario Camerini e A me la libertà di René Clair.

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Tra le due guerre, il Lido si trasforma nel centro mondano d’Europa ed Elsa Maxwell ne diventa l’altoparlante: è lei che lo fa diventare una calamita per le celebrità, luogo di gran moda. L’ho conosciuta sulla terrazza dell’Excelsior, non mi ricordo più chi me l’abbia presentata ma ho ancora la sensazione molliccia della sua mano viscida… Scrive nella sua biografia:

Sono sempre stata molto brutta a vedersi e, quando compresi che nessun uomo si sarebbe mai prodigato nei miei confronti, puntai tutte le mie carte sul cervello, il solo organo del corpo umano che ci permette di vendicarci del prossimo”.

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Giornalista statunitense, redattrice di cronache mondane sui giornali, la Maxwell ebbe larga notorietà per il carattere pettegolo e a volte scandalistico dei suoi articoli e conversazioni. Partecipò ad alcuni film recitando la parte di sé stessa e scrisse l’autobiografia “I married the world” nel 1955.

Questa guida racconta e accompagna alla scoperta di una splendida isola di sabbie fertili: Il Lido di Venezia, per i veneziani semplicemente il Lido, l’antico Lìo, sapendo che è compito difficile legare oltre mille anni di storia, gioie e drammi personali e collettivi, ai granelli di sabbia di una spiaggia e illuminare di giusta luce questa presenza lunga una dozzina si chilometri che da sempre protegge Venezia dall’improvvisa follia distruttrice dell’Adriatico e dalle aggressioni dei predoni del mare”.

Lido. Itinerari illustrati tra storie e leggende dell’isola

di Luciano Menetto e Lele Vianello

Edizioni Voilier, 2013

I vivai Sgaravatti

Pubblicato: gennaio 29, 2014 in Uncategorized

Mario Isnenghi ha curato per l’editore il Poligrafo un’interessante collana di storiografia Padovana: “Ottonovecento, profili, ambienti e istituzioni”. Gemella di “Novecento a Venezia”, la collana raccoglie per ora cinque volumi realizzati da vari autori, rispettivamente dedicati ai Vivai Sgaravatti, ad Alfredo Rocco, allo Stabilimento Pedrocchi e alla libreria Draghi Randi, Tono Zancanaro e Diego Valeri.

La parabola storica dei Vivai Sgaravatti rappresenta, in un arco di tempo di centocinquant’anni, uno dei più significativi casi aziendali del Padovano. Le ditte Sgaravatti, nacquero sulle spoglie dell’aristocrazia veneziana – tradizionalmente animata da un gusto particolare per fiori e piante (il capostipite Angelo Sgaravatti operava come giardiniere per le nobili famiglie Morosini e Farsetti…)- e divennero ben presto tra le aziende florovivaistiche più dinamiche del panorama internazionale”.

Lavoratori agricoli, anni '40.

Lavoratori agricoli, anni ’40.

Nel 1958 vi erano impiegati almeno 556 lavoratori, tra braccianti e ausiliari; i loro cataloghi riscuotevano un enorme successo, tanto da fargli evitare la vendita ambulante o tramite commessi viaggiatori e rappresentanti:

i cataloghi stessi, redatti con grande cura e ricorrendo a grafici ed editori di fama nazionale, rappresentavano di fatto una delle migliori e più raffinate forme di pubblicità. Inviati in tutt’Italia e all’estero essi costituivano il fulcro del processo commerciale della ditta (…)”.

Catalogo 254, 1936.

Catalogo 254, 1936.

Col passare del tempo, le ditte Sgaravatti divennero fornitrici di Casa Savoia, del Governo di Montenegro e dell’Imperatore di Germania, dei ministeri per l’agricoltura di Italia, Serbia, Portogallo, Romania, Ungheria e Stati Uniti; parteciparono alla piantumazione dell’EUR, sistemarono parchi e giardini delle più importanti società facenti capo alle Partecipazioni Statali.

Nella seconda metà del Novecento, il modello imprenditoriale famigliare entra in crisi inesorabilmente a causa della mutazione del contesto sociale:

delle ditte Sgaravatti resta oggi un importante “distretto vivaistico”, che loro stesse, come si è visto, contribuirono indirettamente a sviluppare, accanto, ovviamente, alla memoria storica di quella che fu tra le maggiori imprese vivaistiche europee, azienda di spicco in un settore, quello agricolo, per secoli perno dell’economia nazionale”.

i fratelli Sgaravatti negli anni '40.

i fratelli Sgaravatti negli anni ’40.

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David Celetti ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia Economica presso l’Università di Verona e la qualifica di Maître de Conférence per le discipline storiche presso le università francesi. Ha svolto numerose attività di ricerca in varie università e realizzato molte pubblicazioni sulla storia economica e sociale dell’epoca moderna e contemporanea.

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Vivai Sgaravatti

di David Celetti

Poligrafo Editore 2013

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Nel Sole 24 Ore di domenica 26 Gennaio 2014, Pietrangelo Buttafuoco a p. 47 ci fa toccare con mano la desolazione di cosa è  diventata oggi l’isola di Motia, uno dei giardini più affascinanti  del Mediterraneo, che con la sua lussureggiante vegetazione  ha protetto tesori fenici e greci  per fortuna rifugiatisi nel sottosuolo.  L’autore inizia informandoci di aver visto l’Auriga, uno degli oggetti più magici restituitici dal mare che probabilmente conserva ancora nelle sue sabbie oggetti che sono la nostra storia.

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Dopo una lunga assenza, con una sosta al Getty Villa di Malibù e al Cleveland Museum of Art, l’Auriga di Mozia è tornato a casa nel museo Whitaker, fondato da Joseph Whitaker nella sua residenza di campagna, trasformata dallo stesso archeologo in piccolo antiquarium per ospitare i reperti che venivano ritrovati sempre più numerosi con il procedere degli scavi, tra il 1906 e il 1927. Joseph, erede di un’importante famiglia inglese, compra l’isola alla fine dell’Ottocento, dopo una permanenza a Marsala dove era stato chiamato a lavorare presso gli stabilimenti vinicoli di suo zio Benjamin.

Scrive Pietrangelo Buttafuoco, disgustato:

E se ai tempi di Leonardo Sciascia la Sicilia era una metafora, oggi, l’isola è proprio l’allegoria del disastro italiano. Sono 247 i dirigenti del Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, con uno stipendio lordo di 60mila euro a testa. Che fanno 15 milioni di euro l’anno. Mentre nel 2012 lo sbigliettamento nei tanti luoghi d’arte isolani ha portato a casa 13 milioni e mezzo di euro. Ci sono poi le soprintendenze che contano oltre ai dirigenti anche i dipendenti. Quella di Enna ne ha 80. Catania 241. Palermo 340. Ed essendo un isola, non poteva mancare la soprintendenza del mare, 60 dipendenti. E giù musei, gallerie, parchi. Come quello archeologico di Himera, 37 dipendenti, che incassa 1969 euro all’anno”.

isola di Mozia

Grazie Paolo per il magico regalo che ha aperto una finestra nella mia memoria addormentata!

Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulati nel Veneto ha vinto la terza edizione del concorso indetto dalla Regione Veneto per produzioni didattiche su tematiche di cultura e identità veneta e il concorso “Il mio territorio” promosso dalla Federazione Provinciale Coltivatori Diretti di Verona, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Il libro, fin dall’indice, sottolinea l’importanza e la quantità delle persone indispensabili all’economia della nostra terra nei due secoli passati.

Il ricordo più lontano, come fosse oggi, è quello del mercato di Pieve al sabato. Il paese, di solito addormentato, rigurgitava di gente che vendeva e comprava di tutto: dalle vacche ai polli. Sotto le nostre finestre, ogni sorta di frutta e verdura di stagione e l’arrotino chiamato moleta  che s’installava all’alba nello spiazzo davanti al portone del palazzo svegliandomi con lo stridore della sua mola. Grazie a lui tutti i nostri coltelli e forbici erano sempre taglienti. Oggi, uno zingaro viene ogni tanto ad arrotare i miei, ma non fa neanche le scarpe ai moleta della mia infanzia!

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Altro personaggio decorativo era il gelataio con il suo carretto bianco trainato da una bicicletta con grandi e bellissimi coni golosi dipinti sui fianchi… gelati nella realtà tinti all’anilina e disgustosi. Un po’ più in là, l’ombrelaro, il più impegnato.

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Sotto il portico, al di là del giardino, un cumulo di dalmede, che adoperavo quando andavo in stalla a mungere: malgrado fossero ben imbottite di fieno e avessi doppi calzettoni di lana pizzichina filata a mano, riuscivo sempre a riempirmi di vesciche che mi bucavano e curavano con l’aceto che bruciava più delle stesse vesciche.

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Fino a due anni fa vivevo in un’oasi fortunata, alla fine di ogni autunno arrivava el caregheta ad aggiustarmi le seggiole: sostituiva le parti in legno e mi rifaceva la paglia con le erbe di palude attorcigliate ancora verdi, profumate e cariche di suggestioni.

Quando penso a queste cose mi sento anch’io un residuato di guerra, sopravvissuta ad un mondo che non esiste più. Mi ricordo a Collalto le giornate più frenetiche in autunno, quando ci preparavamo per la vendemmia.

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 Tiravamo fuori per tempo le botti e le brente che lavavamo parecchie volte con la lisciva e rasentavamo con l’acqua della sorgiva del Cop che aveva prerogative magiche: non solo ripuliva la biancheria a cui donava un bianco splendente profumato ma anche le nostre pance, qualsiasi cosa ingurgitassimo. Tutti venivano ad aiutarci e ogni sera tornavano a casa con un cesto di uva: la mangiata alla fine della vendemmia era un evento memorabile. Nelle annate favorevoli, le graspe finivano nella grande tina coperta di sabbia e nelle giornate della merla, davanti a due della finanza, distillavamo la grappa passata due volte con l’ alambicco che Perosin il fabbro aveva realizzato così bene che a Carmengay, in Canada, avevo fatto rifare dagli anabattisti. In Canada lo adoperavo per distillare sia la monarda che il manitoba , la cui grappa era ancora più profumata!

* * *

Pier Paolo Frigotto nasce a Soave nel 1967 e vive in provincia di Verona. Laureato in Lettere e in Giurisprudenza, insegna per anni materie letterarie e latino; sensibile conoscitore e divulgatore delle tradizioni venete, ha realizzato assieme ai suoi allievi diversi lavori multimediali sulla storia, l’ambiente e le attività del Veneto ottenendo molti riconoscimenti. Ha pubblicato: “Il Decalogo oggi. Un cammino di libertà” per le Edizioni Paoline e “Il mio braccio sopra il tuo”, albo illustrato per ragazzi.

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Pier Paolo Frigotto

Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulati nel Veneto

Cierre Editore, 2012

La fotografia regna sovrana a Venezia

Pubblicato: gennaio 14, 2014 in Uncategorized
Gisèle Freund, Virginia Woolf.

Gisèle Freund, Virginia Woolf.

Il 22 dicembre 2013 Ikona Gallery ha compiuto i suoi dieci anni, festeggiati con la mostra Iconography II curata da Ziva Kraus, una delle pioniere dell’esposizione fotografica sul contemporaneo a Venezia. Tra i vari autori: Franco Fontana, Gisele Freund e Ferdinando Scianna.

Venezia rigurgita di fotografie; pare che in questo momento la fotografia sia la cosa più importante.

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Dal 30 novembre al 19 gennaio alla Casa dei Tre Oci tre esposizioni sono dedicate alla tradizione della fotografia. Di particolare interesse è Il vento folle della fotografia curata da Italo Zannier; si tratta di una rassegna che “non intende essere una ulteriore, sebbene sintetica, storia della fotografia, ma un excursus, in effetti anche didattico, sul percorso di questo medium, visualizzato mediante immagini perlopiù poco conosciute, ma che segnalano le avvincenti applicazioni della fotografia nelle varie branche culturali, scientifiche, artistiche, sociologiche”.

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A questa si aggiungono Suggestioni capresi. 100 anni dopo Diefenbach. Fotografie di Francesco Jodice e Olivo Barbieri curata da Denis Curti e Time, persone, l’immagine sospesa a cura del circolo fotografico La Gondola.

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Casanova_Paola_TIME_2013

In Suggestioni capresi, progetto nato dallo scambio culturale tra la Fondazione Capri e la Fondazione di Venezia, “L’isola di Capri diventa l’occasione per ragionare sulla contemporaneità e su una modalità di produrre paesaggio che via via si fa sentimento. (…) Olivo Barbieri decide di salire su un elicottero per trovare visioni capaci di confondere e sorprendere. (…) Francesco Jodice si concentra sulle tele di Diefenbach, cerca e trova quelle visioni strepitose che hanno popolato i suoi sogni di bambino che frequentava l’isola”. Time è invece “una riflessione sulla definizione di tempo, relativamente alla modernità, alla memoria, all’usura materiale delle cose ma anche dei sentimenti, alla sua connessione con lo spazio, questo il senso della ricerca dei 28 fotografi che partecipano con 59 immagini in totale.”
 Come di consueto il Circolo ha invitato un famoso fotografo: Joe Oppedisano presentando quattro suoi scatti.

SEBASTIÃO SALGADO

SEBASTIÃO SALGADO

Il prossimo appuntamento ai Tre Oci, sarà la mostra Genesi, dal primo febbraio fotografie di Sebastiao Salgado, il più importante fotografo documentario de nostro tempo, mentre a Ca’Pesaro fino al 16 febbraio si ricostruisce la prolifica attività di Romeo Martinez, importante protagonista dell’arte e dell’editoria del secolo scorso: Camera 1953/1964. Gli anni di Romeo Martinez esibisce i numeri più significativi della rivista “Camera”, pubblicata in Svizzera a partire dal 1920. Il 15 febbraio inaugurerà a Palazzo Franchetti: 130 immagini di Franco Fontana che raccontano la sua lunghissima carriera di fotografo internazionale, tra i primi a schierarsi con tanta convinzione e fermezza per il colore, protagonista, attore e messaggio dell’immagine.

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Oggi l’Archivio Carlo Montanaro invita alle 14.30 all’Accademia di Belle Arti per un incontro con Vittorio Storaro, autore della fotografia vincitore di tre premi Oscar ma anche curatore e divulgatore della “scrittura con la luce”.

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